I Fiumi di Porpora

14:19


Per festeggiare il sole che oggi mi ha fatto dono della sua presenza e che mi consentirà di andare a fare la spesa senza sembrare un pulcino bagnato in 3... 2... 1..., oggi parliamo di un thriller francese che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa, ma anche con una punta di terrore per gli aulici paesini francesi.

Iniziamo!

Titolo: I Fiumi di Porpora
Titolo originale: Les Rivières pourpres
Autore: Jean-Christophe Grangé
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Gli Elefanti Besteseller
Data di uscita: 29 aprile 2010
Pagine: 385
ISBN: 978-8811679677
Prezzo: 10,90
Trama: Vicino a Grenoble viene rinvenuto un cadavere orrendamente mutilato. Nella vicina regione del Lot viene profanata la tomba di un bambino di dieci anni scomparso in circostanze misteriose. I due casi si intrecciano, e così anche i destini dei due poliziotti incaricati delle indagini, tra false piste, macabre scoperte, gelosie professionali e vendette famigliari, fino all'orrore che ha dato inizio alla carneficina: un delirio scientifico che aveva condotto a un folle e crudele esperimento genetico. Un thriller che trova il perfetto equilibrio tra azione e psicologia, intelligenza dell'intreccio e fascino dei paesaggi.

Ovvero: i francesi giocano a scrivere thriller come gli americani e ci riescono divinamente. Quasi.

Volevo iniziare questa recensione con un molto poco oggettivo: "OMMIODDIO MA QUANT'É BELLO QUESTO LIBRO", ma, mentre mi accingevo a farlo, mi sono resa conta che sì, è un bel libro, ma non è un gran bel libro o un capolavoro.
Ma cominciamo dagli aspetti positivi.

"I Fiumi di Porpora", caso editoriale francese del lontano settembre 1998 e vittima di un adattamento cinematografico da tagliare le mani al regista, è il classico caso di libro di cui hai sempre sentito parlare bene da chi è più grande di te, nel mio caso mia madre, il libro dal titolo intrigante, l'autore dal nome noto ma senza sapere perché, il libro che ti occhieggia dalla libreria con il suo nome familiare e che ti sussurro, piano piano poco poco come piace a noi (cit.), "Ehi, ehi, comprami".
E io lo comprai nella ora lontana e mai compianta Forlì, dove, invece di studiare per l'esame di Relazioni Internazionali del Medio Oriente, mi misi a leggere questo bel volume e lo finii in mezza giornata.
Ora, se una persona finisce un libro in mezza giornata, o questo è estremamente avvincente o è una boiata pazzesca (cit.). Fortunatamente, in questo caso abbiamo a che fare con qualcosa di avvincente.

L'amena provincia di Grenoble, dove il romanzo è ambientato.
No, poi non vi sembrerà più così amena.

 Per non parlare dei ghiacciai.


Dopo un inizio forse un po' pesante in cui Grangé introduce personaggi e ambientazioni per non doversi poi trovare a perdere il ritmo durante la parte più importante del libro, ecco che entriamo subito nel vivo dell'azione. Il commissario parigino Pierre Niémans, una personcina pacifica e ligia alle regole *risate registrate* viene allontanato da Parigi per motivi disciplinari e viene mandato nella provincia di Grenoble per indagare su un brutale crimine che ha sconvolto la pacifica vita di una cittadine universitaria - un omicidio apparentemente inspiegabile, sia per le modalità con cui è stato perpetrato, sia per il luogo in cui il cadavere è stato trovato. Tutto fa pensare ad un motivo estremamente personale, ad una vendetta.
Allo stesso tempo, nel Lot, il tenente Karim Abdouf, giovane arabo alle prese con il razzismo dei suoi colleghi e una propensione a seguire le regole pari che fa saltare i nervi a noi e al collega di cui sopra, si ostina ad indagare su un crimine che alla polizia locale non interessa granché: la profanazione della tomba di un bambino, un fatto che sembra invece scuotere la comunità interessata.

Inutile dire che le due storie, dopo aver corso parallelamente per una buona metà del libro, si intrecceranno per portare alla risoluzione del caso/dei casi, ma è il come ad essere maledettamente geniale. Il problema del libro è che oltre ad essere maledettamente geniale, il come è anche maledettamente improbabile.

Non è ovviamente mia intenzione svelarvi come finisce la storia, o il movente, o il colpevole, ma una cosa ci tengo metterla in chiaro: per i primi tre quarti di libro, "I Fiumi di Porpora" crea una tensione e un'aspettativa altissima, per usare il gergo odierno crea un hype altissimo, ci innervosisce e ci inquieta, sveglia in noi l'atavica paura della morte e dei cimiteri e della profanazione di quest'ultimo, solletica il morboso interesse umano per le tragedie altrui, specie quelle che coinvolgono bambini. É un libro forte, una costruzione che si fa beffe, in certi punti, del pudore e del rispetto.
Fin qui tutto bello, bellissimo, non fosse che l'aspettativa creata era forse un po' troppo alta, e che il finale, a mio parere, oltre che ad essere inverosimile per una delle modalità usate per l'inganno, è un po' troppo affrettato.

Insomma, sembra una di quelle puntata di "Doctor Who" scritte da Moffat, che dopo aver menato il can per l'aia con indizi e coincidenze per due stagioni intere, non conclude niente e ti lascia con più dubbi di prima. E io sono una grande fan del Doctor. Solo che Moffat a volte esagera e si perde sul finale.

Oppure uno di quei casi di "Detective Conan" che durano tre volumi del manga/undici episodi (É SUCCESSO), che ti mettono in corpo il terrore assoluto causa a) la silhouette dell'assassino con solo occhi assatanati e denti visibili e b) le modalità soprannaturali dell'omicidio, e poi ti smontano perché quella piattola che è Conan Edogawa ti fa capire che, pirla che sei, era tutto così ovvio.

E questo è esattamente quello che succede con questo libro, purtroppo. La caratterizzazione dei personaggi è perfette, la descrizione degli ameni paesaggi fa capire al volo che è tutto un po' troppo perfetto per essere reale, i caratteri diversi ma complementari dei due investigatori creano una coppia efficiente ma umana, con le sue debolezze; e, per una volta, la squadra investigativa è composta da un team capace, affiatato e simpatico. Fin qui, tutto bene, una gioia per il lettore di gialli e thriller, ultimamente troppo spesso alle prese con libri mediocri.

Eppure... eppure

Eppure arrivi alla svolta nel caso, arrivi a tirare le fila, vedi Niémans e Abdouf correre (in tutti i sensi) verso la soluzione, li vedi cadere (in tutti i sensi) e rialzarsi (idem), leggi del confronto finale, delle valide motivazione del colpevole, capisci come ha fatto e perché lo ha fatto, e la sua rabbia ti pare, se non giustificabile, almeno condivisibile, ma... MA NO.

NO, NON CI SIAMO. Alla fine del libro il lettore rimane lì, a rileggere l'ultima pagina, a vedere se per caso la sua sia un'edizione farlocca, rovinata, incompleta, senza l'ultimo capitolo, senza l'epilogo, perché deve esserci un epilogo, non può finire così. Finisce con un'immagine spettacolare, per carità, finisce come doveva finire visto il ritmo e lo stile del libro, ma manca qualcosa. Manca un'epilogo. Manca una vera resa dei conti con la giustizia, manca il confronto che la reazione di tutti gli interessati, manca la polizia, manca manca manca. 
Tutto quello che rimane alla fine del libro è un fastidioso senza di incompletezza, mentre il sole tra le montagne di Grenoble ti ferisce gli occhi, e tu rimani lì, un po' inebetito, cercando di capire se ti sia perso un particolare importante che spiegasse al 100% un finale del genere. Cercando il particolare che non c'è, e rimpiangendo il giusto finale per un libro del genere.

Per concludere: sì, "I Fiumi di Porpora" è proprio un bel libro, è scritto in maniera estremamente scorrevole e lo si legge con piacere. É il più classico dei libri avvincenti ma non impegnativi, il libro thriller che consigliereste alla figlia amante dei gialli. Ma non è "Il Nome della Rosa" o uno dei capolavori di Camilleri per intenderci. Non è un Ken Follett.
Di contro, come credo abbiate capito, preparatevi ad un senso di incompletezza in fondo allo stomaco una volta letta l'ultima pagina. Ma, ehi, tutto quello che succede prima vale un casino.

Tre happy!sheep tokens per questo volume.
Il finale, il finale, il finale...


Leggerlo sì: perché è un bel libro. Perché la trama regge, perché i personaggi sono credibili, perché provate piacere nel sentire un brivido d'inquietudine scendervi lungo la schiena davanti ad un thriller ben scritto. E perché siete un po' sadici, ammettetelo.

Leggerlo no: perché quando leggete un libro giallo volete la soluzione a tutti i costi, volete la vittoria della giustizia chiara e lampante. Perché i finali-non finali alla Doctor Who non vi piacciono granché, anzi, vi danno sui nervi.

Leggerlo sì bonus: perché è sempre un piacere vedere che anche gli europei sanno scrivere dei bei thriller.

Leggerlo sì ultrabonus: così potrete evitare l'orrida trasposizione cinematografica del 2000. E il suo seguito *eye-roll*. Oppure perché così potrete lamentarvi del film con cognizione di causa.
Ora, io adoro sia Vincent Cassel che Jean Reno, davvero.
Ma Vincent Cassel al posto dell'arabo Abdouf non mi è affatto andata giù. 

Leggerlo no bonus: perché tendenzialmente chi vi piace, muore. A me è successo anche qui. Ed è pure morto MALISSIMO.

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1 commenti

  1. Ora, se una persona finisce un libro in mezza giornata, o questo è estremamente avvincente o è una boiata pazzesca (cit.)

    LOOOOOOOOOL

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