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lunedì 26 gennaio 2015

"Io, Claudio" - Un'autobiografia imperiale

Titolo: Io, Claudio
Titolo originale: I, Claudius
Autore: Robert Graves
Casa Editrice: Corbaccio
Data di uscita: 31 maggio 2012
Pagine: 400 (la bellezza delle pagine tonde tonde)
ISBN: ISBN9788863804249
Prezzo: 19,60
Trama: "Mi accingo a scrivere della mia vita; a partire dalla mia prima fanciullezza via via anno per anno fino a quella svolta fatale in cui, circa otto anni fa, mi trovai subitamente impegolato in una crisi che chiamerò 'aurea' e dalla quale non ho mai potuto districarmi." Zio di Caligola, marito dell'infedele Messalina, padre adottivo e vittima di Nerone, l'imperatore Claudio inizia il racconto della sua vita, scritto proprio di suo pugno, e non affidato, com'era costume a quei tempi, a un oscuro segretario o a un annalista adulatore. Immaginaria autobiografia del grande imperatore, "Io, Claudio" rievoca i fasti, i costumi e la potenza della Roma imperiale, ma anche gli episodi grotteschi e le tragiche avventure di colui che, tra i dodici Cesari, ebbe la vita più movimentata. Primo "generalissimo" dell'impero, seguiremo Claudio nell'instaurazione della dominazione permanente della Britannia, nei palazzi dei deserti libici, per le strade di Roma, negli accampamenti dei Balcani, addirittura ad Antiochia in una casa infestata dagli spiriti.


"A BOOK BASED ON OR TURNED INTO A TV SHOW" 

E la prima condizione della mia Reading Challenge di quest'anno l'ho soddisfatta!

Salve, meravigliosi lettori!

"I, Claudius" il suo titolo originale, è un romanzo storico inglese del lontano 1934 che, come può lasciare immaginare il titolo, tratta della vita di "Tiberio Claudio Druso Nerone Germanico eccetera eccetera (perché non voglio infastidirvi enumerando i miei nomi), che ero una volta, e non molto tempo addietro, noto a parenti e amici e conoscenti sotto gli appellativi di Claudio l'Idiota, o quel Claudio, o Claudio il Balbuziente, o Cla-Cla-Claudio, o nel migliore dei casi Povero Zio Claudio" [cit. da pagina 9, leggasi la prima].
É una falsa autobiografia del ***spoiler*** futuro imperatore, scritta in modo storicamente fedele, ma arricchita dai commenti di Claudio, in modo da permettere al lettore di vedere la famiglia imperiale dall'interno e di coglierne appieno odi, rivalità e congiure, capendone anche il lato umano e privato che troppo spesso spinse i vari personaggi della Roma imperiale a tramare ed uccidere i membri della loro stessa famiglia.
Un applauso a Livia, in questo caso.

Anyway.
Il libro è ben scritto, scorrevole, e spesso al margine ci sono le date degli eventi più significativi della storia romana, così che il lettore non si perda quando "Claudio" inizia a raccontare gli aspetti più storici della vicenda - senza risultare pesante, perché l'utilizzo della prima persona permette a Graves di inserire anche quella giusta dose di pettegolezzi e battute in modo da rendere la lettura piacevole e al tempo stesso interessante.

La storia segue la vita e il dominio dei primi tre imperatori di Roma: Ottaviano Augusto, Tiberio e Caligola. Chiunque si ricordi un minimo di storia di Roma sa bene come il primo sia stato il più grande imperatore della Storia di Roma, mentre già con gli altri due si può considerare l'impero come già immischiato negli intrighi di corte e senza una guida stabile e saggia come Augusto - non per niente, venne dichiarato divinità e onorato come protettore di Roma, non male, il figliolo!

L'aspetto interessante di questo libro, che lo rende diverso da altri libri storici che ho avuto modo di leggere nel corso della mia carriera di lettrice ossessivo-compulsiva di libri e romanzi storici, è che la scelta del registro autobiografico per quest'opera permette di vedere da vicino i tre imperatori, permette di conoscerli come esseri umani e di vederne difetti, paure e cattiverie, e non di conoscerli solo come figure politiche lontane dal protagonista della storia - in questo caso, il protagonista è il nipote adottivo di Augusto (marito della nonna Livia), il nipote di Tiberio (suo zio) e zio di Caligola (fortuna, eh?). Una posizione sicuramente privilegiata che un qualsiasi immaginario consigliere non potrebbe mai avere, una posizione che nella letteratura ci permette di indagare anche negli animi degli imperatori grazie all'acume e alla perspicacia del modesto Claudio, e che nella vita reale permise allo stesso di sopravvivere a tutti i fratricidi, sororicidi, parricidi, matricidi, infantici, etcetadici fino a diventare il quarto imperatore della dinastia giulio-claudia, il penultimo, il secondo sano di mente, il respiro prima del balzo nella follia omicida e suicida di Nerone (#GenteCheCitaGandalfInUnaRecensioneSuUnLibroSullAnticaRoma).

Ve lo consiglio? Sì, tantissimo, e le happy sheeps sono d'accordo con me. É un libro piacevole ed interessante, un'ottima lettura sia per chi conosce bene la storia di Roma ed è un appassionato, sia per chi vuole semplicemente leggere un romanzo storico davvero bello. E Claudio come voce narrante è uno spettacolo infinito!


4 meritatissime happy sheeps!
Mi fermo "solo" a quattro perché il libro finisce 
con l'incoronazione di Claudio a imperatore:
il suo impero è infatti descritto nel libro "Il Divo Claudio", 
che spero venga presto ripubblicato nella medesima edizione da urlo
di "Io, Claudio".
É che ti lascia un gran senso di incompletezza, il finale così, all'improvviso.


Leggerlo sì: perché è il miglior romanzo storico ambientato nell'Antica Roma a detto di molti, se non di tutti, coloro che l'hanno letto (il che è un po' irritante, se ci pensate: il migliore romanzo storico sull'Antica Roma, scritto da un inglese. EDDAI).

Leggerlo no: perché, studiando la storia di Roma, preferivate i Germani. Vergognatevi.

Leggerlo sì bonus: così poi potrete guardare il TV drama inglese del 1976, un capolavoro del genere storico che deve essere guardato da tutti gli amanti della Storia. More infos here

Leggerlo no bonus: perché Germanico vi sta simpatico, come a me. É che gli va tutto, ma proprio tutto, malissimo. E come figlio ha Caligola, EVVIVA.

martedì 16 dicembre 2014

I Giorni della Sposa

***plin plon**

Premessa d'obbligo per il caro lettore: 
la sottoscritta sta scrivendo la tesi magistrale 
sull'Asia Centrale e la Via della Seta, quindi non aspettatevi 
una recensione oggettiva per quanto segue.
Che qui stiamo ai livelli del mio fangirlismo per
Peter Hopkirk.

***plin plon***

Titolo: I Giorni della Sposa
Titolo originale: A Bride's Story - Otoyomegatari
Mangaka: Kaoru Mori
Numero volumi: 6, in corso (in Italia è uscito il n°5 da poco)
Casa Editrice: J-POP
ISBN: 9788866340485
Costo: 6 euro a volume
Genere: Sentimentale, Seinen
Trama: Dall'autrice 'Emma', un'opera delicata e toccante. Una favola ancestrale, romantica e affascinante! Dall'autrice di 'Emma', uno dei titoli più quotati targati Enterbrain! Ambientato in Asia Centrale, lungo la Via della Seta, questo nuovo manga di Kaoru Mori narra le vicende della bella ventenne Amira, giovane donna che cavalca e tira con l'arco come un uomo e del suo giovane compagno Karluc, fanciullo appena dodicenne, figlio di una tribù lontana. Vinti gli imbarazzi iniziali, i due novelli sposi riusciranno a trovare e coltivare una loro dimensione affettiva, ma le dure leggi tribali turberanno la loro già complessa quotidianità. Un'opera delicata e toccante, impreziosita da disegni emozionanti, capaci di far vivere nella mente del lettore le suggestioni profonde di una terra misteriosa. Una favola ancestrale, romantica e affascinante. Candidato al premio Taisho 2011.

Ora.
Per quanto io apprezzi l'entusiasmo della trama qui sopra, che potete trovare anche sul sito ufficiale della J-POP, per me hanno mancato in pieno il senso del manga.
Di uno dei miei manga preferiti in assoluto, #perdire.

Ma andiamo con ordine.
Kaoru Mori è entrata di slancio nel mio Pantheon di mangaka preferiti con l'opera 'Emma - A Victorian Romance' su cui torneremo in seguito, quando il mio povero cuoricino infranto si stava ancora riprendendo dalla lettura de 'Le Rose di Versailles' e dalla brutta fine della mia ship, no, non Oscar e Andre', e neanche Bernard e Rosalia, o Maria Antonietta e Fersen, siano mai. Ero in astinenza da manga con sfondo storico quando, all'improvviso, comparve Kaoru Mori con un'opera deliziosa ambientata in epoca vittoriana. E poi con quel capolavoro che è 'I Giorni della Sposa', perché, fidatevi di una che sta studiando giusto il luogo e il periodo descritti nell'opera, questo manga è un capolavoro.

La trama di base è semplice, come potete leggere più in alto, e rispecchia una situazione tipica della Via della Seta all'epoca: una giovane donna viene data in moglie al rampollo di una famiglia amica della propria, il più classico dei matrimoni combinati. Da qui, si dipanano le 'avventure', se così possiamo chiamarle di Amira e Karluc, e, di conseguenza, di amici e famiglia. C'è anche il più classico degli imbranati inglesi, biondo e con gli occhiali, giunto in loco per scrivere un libro.

Ma limitare l'opera a questa trama sarebbe riduttivo e offensivo. 'I Giorni della Sposa' è un manga ad ampio respiro, che usa il matrimonio e la vita di Amira e Karluc per introdurci a quel mondo sconosciuto e magico che era, e i parte è tutt'oggi, la Via della Seta. L'attenzione al dettaglio, la fedeltà del disegno per quanto riguarda vestiti, gioielli, acconciature, ma anche le abitazioni, i villaggi, i cibi, è quasi maniacale e PERFETTO. La ricerca e l'opera di documentazione che devono essere stata fatte per conoscere così bene e nel dettaglio le abitudine e lo stile di vite di così tante e così diverse tribù deve essere stato mastodontico e certosino, ma in questo Kaoru Mori mi aveva deliziata già con 'Emma'. Troverete quindi precise rappresentazioni dell'arte del ricamo e di come si mandava avanti una casa lungo la Via della Seta, vedrete come si cacciava e in quanti modi diversi, vedrete la pastorizia e gli scontri tra tribù confinanti e spesso rivali. 
Vedrete come gli occidentali si rapportavano al misterioso mondo dell'Asia Centrale nella figura di Mr. Henry Smith, un giovane studioso che si sta facendo un cultura sui popoli e le tradizioni dell'Asia Centrale, pur non capendoli appieno, rimanendone sempre affascinato (eccomi! Eccomi!).
Vedrete come le varie tribù e famiglie interagivano tra di loro, i commerci, le tradizioni, gli scontri, le feste, i matrimonio. Vedrete com'era sacro l'ospite, come lo è tutt'oggi, amerete quei popoli e quei luoghi.


Prendete la copertina del terzo numero qui a fianco, per esempio. Vedete la cura nei dettagli? La precisione con cui la  mangaka è andata ad informarsi riguardo i colori e i ricami, le acconciature e i tessuti? Vedete le abitazioni sullo sfondo? Sono perfette, sono quelle, sono le tende che potevate trovare lungo la Via della Seta tra l'Ottocento e il Novecento.

É l'attenzione al particolare, la fedeltà all'originale, che rende questo manga così piacevole. Per continuare a tirare in ballo 'Le Rose di Versailles' della Maestra Riyoko Ikeda hai ucciso la mia halfship ma io ti adoro uguale, lì non c'è la maniacale precisione che Kaoru Mori mostra nelle sue opere, e questo, per me è una mancanza abbastanza grave - stai scrivendo/illustrando un manga storica, mannaggia!

Ne 'I Giorni della Sposa', invece, tutto fila meravigliosamente liscio perché tutto è perfetto e tutto è reale. É fatto così bene che sentite che in realtà una volta le cose stavano davvero così, ve lo sentite dentro, nelle budella, come si suol dire. E anche se la trama a volte vi parrà un po' moscia, i vostri 6 euro saranno stati ben spesi per la bellezza del tratto e l'armoniosità della storia.

Cosa vi posso dire, ancora, per convincervi che questo è uno dei manga più belli in circolazione? Forse che l'edizione stessa è molto bella è curata, con sovra-copertina satinata e tutto. Certo, i numeri escono molto molto moooooolto lentamente, ma l'attesa ci sta tutta!


Fatemi sapere se inizierete anche voi quest'avventura. Sarà un piacere poter parlare con voi di quel mondo meravigliosamente meraviglioso che era la Via della Seta prima dell'arrivo dell'era contemporanea!
Assalomu Alaykum!


Quando parlo di cura dei dettagli, 
intendo davvero cura nei dettagli!


E un'ottima documentazione di base!


Non ho messo tutte le copertine per lasciarvi
un po' di sorpresa.
Quindi eccovi il matrimonio di Amira e Karluc.


Se solo potessi, darei a questo manga anche sei happy!sheep tokens.
Davvero. Non ve lo dico solo perché tratta di popoli
e terre che io personalmente amo, ve lo dico perché tutto, 
in questo manga, è perfetto. Anche la lacrimuccia che scende
quando le cose vanno male
(perché si, le cose che mi piacciono certe cose vanno male).


Leggerlo sì: perché è, vi giuro, oggettivamente un capolavoro. Perché amate il bel tratto nel disegno, la cura dei dettagli, un'accurata ricerca per essere documentati prima di scrivere un manga. Perché dovete ancora superare la fase 'Le Rose di Versailles' e la vostra ship è affondata.

Leggerlo no: perché non vi interessano i manga a sfondo storico, per di più i manga a sfondo storico che parlano "semplicemente" della vita di tutti i gionri di una normalissima famiglia. Niente guerre, niente intrighi, niente complotti di palazzo, niente ghigliottine e Robespierre.

Leggerlo sì bonus: perché state studiando la Via della Seta. Scherzo, ovviamente, ma potrebbe essere l'inizio di una passione - di certo, se vi piace questo manga, poi vorrete informarvi sulla Via della Seta, e finirete nel mio stesso gorgo. Vi aspetto a Kashgar.

domenica 12 ottobre 2014

I Fiumi di Porpora


Per festeggiare il sole che oggi mi ha fatto dono della sua presenza e che mi consentirà di andare a fare la spesa senza sembrare un pulcino bagnato in 3... 2... 1..., oggi parliamo di un thriller francese che mi ha lasciata piacevolmente sorpresa, ma anche con una punta di terrore per gli aulici paesini francesi.

Iniziamo!

Titolo: I Fiumi di Porpora
Titolo originale: Les Rivières pourpres
Autore: Jean-Christophe Grangé
Casa Editrice: Garzanti
Collana: Gli Elefanti Besteseller
Data di uscita: 29 aprile 2010
Pagine: 385
ISBN: 978-8811679677
Prezzo: 10,90
Trama: Vicino a Grenoble viene rinvenuto un cadavere orrendamente mutilato. Nella vicina regione del Lot viene profanata la tomba di un bambino di dieci anni scomparso in circostanze misteriose. I due casi si intrecciano, e così anche i destini dei due poliziotti incaricati delle indagini, tra false piste, macabre scoperte, gelosie professionali e vendette famigliari, fino all'orrore che ha dato inizio alla carneficina: un delirio scientifico che aveva condotto a un folle e crudele esperimento genetico. Un thriller che trova il perfetto equilibrio tra azione e psicologia, intelligenza dell'intreccio e fascino dei paesaggi.

Ovvero: i francesi giocano a scrivere thriller come gli americani e ci riescono divinamente. Quasi.

Volevo iniziare questa recensione con un molto poco oggettivo: "OMMIODDIO MA QUANT'É BELLO QUESTO LIBRO", ma, mentre mi accingevo a farlo, mi sono resa conta che sì, è un bel libro, ma non è un gran bel libro o un capolavoro.
Ma cominciamo dagli aspetti positivi.

"I Fiumi di Porpora", caso editoriale francese del lontano settembre 1998 e vittima di un adattamento cinematografico da tagliare le mani al regista, è il classico caso di libro di cui hai sempre sentito parlare bene da chi è più grande di te, nel mio caso mia madre, il libro dal titolo intrigante, l'autore dal nome noto ma senza sapere perché, il libro che ti occhieggia dalla libreria con il suo nome familiare e che ti sussurro, piano piano poco poco come piace a noi (cit.), "Ehi, ehi, comprami".
E io lo comprai nella ora lontana e mai compianta Forlì, dove, invece di studiare per l'esame di Relazioni Internazionali del Medio Oriente, mi misi a leggere questo bel volume e lo finii in mezza giornata.
Ora, se una persona finisce un libro in mezza giornata, o questo è estremamente avvincente o è una boiata pazzesca (cit.). Fortunatamente, in questo caso abbiamo a che fare con qualcosa di avvincente.

L'amena provincia di Grenoble, dove il romanzo è ambientato.
No, poi non vi sembrerà più così amena.

 Per non parlare dei ghiacciai.


Dopo un inizio forse un po' pesante in cui Grangé introduce personaggi e ambientazioni per non doversi poi trovare a perdere il ritmo durante la parte più importante del libro, ecco che entriamo subito nel vivo dell'azione. Il commissario parigino Pierre Niémans, una personcina pacifica e ligia alle regole *risate registrate* viene allontanato da Parigi per motivi disciplinari e viene mandato nella provincia di Grenoble per indagare su un brutale crimine che ha sconvolto la pacifica vita di una cittadine universitaria - un omicidio apparentemente inspiegabile, sia per le modalità con cui è stato perpetrato, sia per il luogo in cui il cadavere è stato trovato. Tutto fa pensare ad un motivo estremamente personale, ad una vendetta.
Allo stesso tempo, nel Lot, il tenente Karim Abdouf, giovane arabo alle prese con il razzismo dei suoi colleghi e una propensione a seguire le regole pari che fa saltare i nervi a noi e al collega di cui sopra, si ostina ad indagare su un crimine che alla polizia locale non interessa granché: la profanazione della tomba di un bambino, un fatto che sembra invece scuotere la comunità interessata.

Inutile dire che le due storie, dopo aver corso parallelamente per una buona metà del libro, si intrecceranno per portare alla risoluzione del caso/dei casi, ma è il come ad essere maledettamente geniale. Il problema del libro è che oltre ad essere maledettamente geniale, il come è anche maledettamente improbabile.

Non è ovviamente mia intenzione svelarvi come finisce la storia, o il movente, o il colpevole, ma una cosa ci tengo metterla in chiaro: per i primi tre quarti di libro, "I Fiumi di Porpora" crea una tensione e un'aspettativa altissima, per usare il gergo odierno crea un hype altissimo, ci innervosisce e ci inquieta, sveglia in noi l'atavica paura della morte e dei cimiteri e della profanazione di quest'ultimo, solletica il morboso interesse umano per le tragedie altrui, specie quelle che coinvolgono bambini. É un libro forte, una costruzione che si fa beffe, in certi punti, del pudore e del rispetto.
Fin qui tutto bello, bellissimo, non fosse che l'aspettativa creata era forse un po' troppo alta, e che il finale, a mio parere, oltre che ad essere inverosimile per una delle modalità usate per l'inganno, è un po' troppo affrettato.

Insomma, sembra una di quelle puntata di "Doctor Who" scritte da Moffat, che dopo aver menato il can per l'aia con indizi e coincidenze per due stagioni intere, non conclude niente e ti lascia con più dubbi di prima. E io sono una grande fan del Doctor. Solo che Moffat a volte esagera e si perde sul finale.

Oppure uno di quei casi di "Detective Conan" che durano tre volumi del manga/undici episodi (É SUCCESSO), che ti mettono in corpo il terrore assoluto causa a) la silhouette dell'assassino con solo occhi assatanati e denti visibili e b) le modalità soprannaturali dell'omicidio, e poi ti smontano perché quella piattola che è Conan Edogawa ti fa capire che, pirla che sei, era tutto così ovvio.

E questo è esattamente quello che succede con questo libro, purtroppo. La caratterizzazione dei personaggi è perfette, la descrizione degli ameni paesaggi fa capire al volo che è tutto un po' troppo perfetto per essere reale, i caratteri diversi ma complementari dei due investigatori creano una coppia efficiente ma umana, con le sue debolezze; e, per una volta, la squadra investigativa è composta da un team capace, affiatato e simpatico. Fin qui, tutto bene, una gioia per il lettore di gialli e thriller, ultimamente troppo spesso alle prese con libri mediocri.

Eppure... eppure

Eppure arrivi alla svolta nel caso, arrivi a tirare le fila, vedi Niémans e Abdouf correre (in tutti i sensi) verso la soluzione, li vedi cadere (in tutti i sensi) e rialzarsi (idem), leggi del confronto finale, delle valide motivazione del colpevole, capisci come ha fatto e perché lo ha fatto, e la sua rabbia ti pare, se non giustificabile, almeno condivisibile, ma... MA NO.

NO, NON CI SIAMO. Alla fine del libro il lettore rimane lì, a rileggere l'ultima pagina, a vedere se per caso la sua sia un'edizione farlocca, rovinata, incompleta, senza l'ultimo capitolo, senza l'epilogo, perché deve esserci un epilogo, non può finire così. Finisce con un'immagine spettacolare, per carità, finisce come doveva finire visto il ritmo e lo stile del libro, ma manca qualcosa. Manca un'epilogo. Manca una vera resa dei conti con la giustizia, manca il confronto che la reazione di tutti gli interessati, manca la polizia, manca manca manca. 
Tutto quello che rimane alla fine del libro è un fastidioso senza di incompletezza, mentre il sole tra le montagne di Grenoble ti ferisce gli occhi, e tu rimani lì, un po' inebetito, cercando di capire se ti sia perso un particolare importante che spiegasse al 100% un finale del genere. Cercando il particolare che non c'è, e rimpiangendo il giusto finale per un libro del genere.

Per concludere: sì, "I Fiumi di Porpora" è proprio un bel libro, è scritto in maniera estremamente scorrevole e lo si legge con piacere. É il più classico dei libri avvincenti ma non impegnativi, il libro thriller che consigliereste alla figlia amante dei gialli. Ma non è "Il Nome della Rosa" o uno dei capolavori di Camilleri per intenderci. Non è un Ken Follett.
Di contro, come credo abbiate capito, preparatevi ad un senso di incompletezza in fondo allo stomaco una volta letta l'ultima pagina. Ma, ehi, tutto quello che succede prima vale un casino.

Tre happy!sheep tokens per questo volume.
Il finale, il finale, il finale...


Leggerlo sì: perché è un bel libro. Perché la trama regge, perché i personaggi sono credibili, perché provate piacere nel sentire un brivido d'inquietudine scendervi lungo la schiena davanti ad un thriller ben scritto. E perché siete un po' sadici, ammettetelo.

Leggerlo no: perché quando leggete un libro giallo volete la soluzione a tutti i costi, volete la vittoria della giustizia chiara e lampante. Perché i finali-non finali alla Doctor Who non vi piacciono granché, anzi, vi danno sui nervi.

Leggerlo sì bonus: perché è sempre un piacere vedere che anche gli europei sanno scrivere dei bei thriller.

Leggerlo sì ultrabonus: così potrete evitare l'orrida trasposizione cinematografica del 2000. E il suo seguito *eye-roll*. Oppure perché così potrete lamentarvi del film con cognizione di causa.
Ora, io adoro sia Vincent Cassel che Jean Reno, davvero.
Ma Vincent Cassel al posto dell'arabo Abdouf non mi è affatto andata giù. 

Leggerlo no bonus: perché tendenzialmente chi vi piace, muore. A me è successo anche qui. Ed è pure morto MALISSIMO.

domenica 28 settembre 2014

Lauro

No, non ho dimenticato il progetto di recensire tutti i libri letti quest'anno.

Sì, lo lasciato perdere per un po' di tempo anche se, a conti fatti, nove mesi sono forse un po' troppi, ma faremo finta di niente. 
Voi farete finta di niente e io, da Birmingham [pronuncia inglese: ˈbɜrmɪŋəm, pronuncia locale: BEEEERMINGHEEEEM, molto veneziano. Infatti di canali ne hanno parecchi anche loro - ma questo ve lo racconto poi], prometto solennemente di non avere buone intenzioni e di recensire per davvero quanto letto finora, con calma ma con tenacia. 
Anche perché mi sono fatta una lista che è una meraviglia e sarebbe troppo un peccato sprecarla.
So, here we go!

Lauro

ovvero "Dalla Russia con (sfortunato) amore"


Titolo: Lauro
Titolo originale: Lavr
Autore: Evgenij Vodolazkin
Casa Editrice: Elliot
Data di uscita: 23 ottobre 2013
Pagine: 300
ISBN: 8861923666
Prezzo: 18,50
Trama: Nella Russia della metà del Quattrocento, il piccolo Arsenio, rimasto orfano, vive con il nonno e un lupo in un'izba in prossimità di un bosco e di un cimitero. Lì apprende dal vecchio i segreti delle erbe e di altri preparati medicinali, una conoscenza che ne farà in futuro un medico leggendario. Una volta adulto, però, viene segnato drammaticamente dalla morte per parto della donna amata, Ustina, alla quale non riesce a portare nessun aiuto. Disperato e in cerca di redenzione, il protagonista parte per un viaggio fatto di privazioni e sofferenze, durante il quale subisce numerose metamorfosi, cambia nome e si mette al servizio del popolo flagellato dalla grande peste, lasciando dietro di sé numerosi episodi di guarigioni miracolose. Ormai vecchio, riverito dalla gente e dalla Chiesa, ritorna nel suo villaggio con l'appellativo di Lauro, il "giusto", per affrontare quella che si rivelerà la sfida più difficile della sua esistenza.

Definito dalla critica internazionale "L'Umberto Eco russo", Evgenij Vodolazkin, filologo di Kiev, ci regala la storia incredibile e meravigliosa di un uomo che ha votato la sua vita al servizio del prossimo. "Lauro" è, infatti, un lungo poema in prosa sulla vita difficile e travagliata di un essere umano, attraversando felicità e dolore, amore e morte, arroganza e pentimento, per approdare felicemente nelle acque tranquille di quel porto che è la lista dei migliori libri dell'ultimo decennio.

Non sto scherzando. Lo stile con cui è scritto, la poesia e i sentimenti che le parole sotto i nostri occhi riescono a suscitare, le emozioni, alcune belle altre terribili, che si provano leggendo questo libro, tutto, e intendo proprio tutto, permettono a questo libro di entrare di diritto nella categoria "Capolavori", e permettono al suo autore di essere paragonato ai Grandi della scrittura russa.
Ha un che di "zivaghesco", quest'opera, non per la trama o per una qualche palese somiglianza tra le due storie, né per i finali completamenti diversi o per sviluppi simili, ma qualcosa nelle sue righe mi ricorda quella lieve sensazione di ansia e quella preoccupazione che provai leggendo "Il Dottor Zivago", come se, voltando ogni pagina, temessi il peggio per il protagonista. 

E sta qui il prego principale di quest'opera, sta nel saperci calare a fianco di Lauro in ogni momento della sua vita, come se fossimo presenti sul palcoscenico della sua esistenza e vivessimo con lui. Ed è questa caratteristica importante e particolare a rendere il libro quel piccolo capolavoro che è, perché in caso contrario sarebbe stato di una pesantezza insopportabile: l'autore, infatti, si dilunga in minuziose descrizioni sia degli ambienti che dei personaggi, così come racconta nei minimi dettagli le azioni delle creature che ha creato e che muove; ma, laddove in certi volumi questo risulta essere un grosso impedimento al piacere della lettura, qui ciò non accade, perché la bravura di Vodolazkin sta nel saper prendere per mano il lettore ed accompagnarlo tra le pagine come se fosse lui stesso, per mezzo del protagonista, a raccontarci di questa vita meravigliosa davanti alla stufa-forno che è la parte centrale dell'izba di Lauro e del nonno.

E, ancora, le dinamica familiari descritte con grazia e leggerezza, il cupo dolore del lutto, la voglia di espiare il peccato di arroganza che ***spoiler*** ha portato alla morte la giovane moglie, il rimorso, la pietà, il desiderio di ricordarla in tutte le azione rivolte verso il prossimo... e poi la religione, le tradizioni russe e la peste, la Gerusalemme terrestre e quella divina, i pellegrinaggi, l'Ortodossia e il Cattolicesimo, la Russa e l'Italia... tirando le somme, è una storia a più strati, per così dire, che si impernia sulla vita di un giovane curatore che deve redimere quello che ritiene essere il suo peccato, e da qui parte ad affrontare inaspettatamente temi molto più importanti e di ampio respiro, come a voler utilizzare la vita di Lauro come una metafora per la riscoperta di se stessi, della vita e della morte.

Come da tradizione, i libri che vi propongo sono sempre un po' particolari e forse impegnativi, ma vi posso assicurare che mi hanno lasciato ricordi ed emozioni indelebili! Un must read per quando avete del tempo da passare con una lettura quasi filosofica per affrontare al fianco di Lauro i grandi temi e le grandi sfide della vita. 

Quattro happy!sheep tokens per questo libro.
Leggetelo! Ma con moderazione, ché in certi punti fa salire
un groppo in gola davvero grosso.


Leggerlo sì:
 perché vi piacciono le riflessioni introspettive di un personaggio, le sfide personali, le lotte interiori contro i propri limiti.

Leggerlo no: perché la vita di un curatore nella Russia medievale non è pane per i vostri denti. E come darvi torto, è un libro tutto particolare.



Leggerlo bonus: per lo strepitoso spaccato che da della vita di tutti i giorni della Russia di metà Quattrocento, con  le sue sfide e le sue sorprese.

sabato 20 settembre 2014

Fleming - The Man who would be Bond

NdA: cercherò di non essere di parte e fallirò per l'ennesima volta. Almeno apprezzate la buona volontà e concedetemi qualche riga qui e lì per liberare la mia anima di fangirl innamorata.

INIZIAMO!



Iniziamo analizzando il cast principale, perché è da paura!

I'm Bond, James Bond.
I'm Fleming, Ian Fleming.

Ed effettivamente, il nostro protagonista potrebbe davvero presentarsi così, perché già del pilot si capisce perfettamente come Ian Fleming abbia plasmato il buon 007 a sua immagine e somiglianza, limitandosi "semplicemente" ad esagerare i tratti che avrebbero reso celebre la spia più famosa della storia della letteratura e del cinema - nel dettaglio, l'amore per le donne, l'alcol e il gioco. Chapeau.

Dominic Cooper fa un lavoro davvero buono nei panni di Fleming - se avete avuto modo di ammirarlo in The History Boys, sapete a cosa mi riferisco, se no, rimediate; sarà che il ruolo di sciupafemmine incallito e di rampollo fallito di buona famiglia gli viene tanto bene, sarà la perenne espressione strafottente che si incolla in volto per tutto il pilot, ma riesce a restituirci alla perfezione l'immagine di Ian Fleming, al secolo un uomo borioso e strafottente anche nei confronti dei suoi amici. Rings a bell, anyone?



A Lara Pulver, cui spetta il difficile ruolo di Main Love Interest di Fleming - ma, ovviamente, non l'unico, certi ruoli calzano davvero a pennello.
In Fleming, è Ann O'Neill, bellissima, annoiatissima ed austerissima moglie di un Lord mandato a combattere oltre manica la seconda guerra mondiale. Vi basti solo sapere che Lady O'Neill vede in Fleming una sfida, un enigma da decifrare, un puzzle, come lei stesso lo definisce - e che, giustamente, per Fleming lei non è solo una sfida, ma qualcosa di molto di più… insomma, già dalla prima puntata si capisce che voleranno scintille, e tante, perché questa plot-line "romantica" è assolutamente importante ai fini della comprensione della figura di Fleming!



Anche noto come "Il motivo per cui ho iniziato a guardare questa sere".

E poiché per un gran casinista come Ian Fleming serve una controparte più saggia e prudente, Samuel West iohounproblemaconquestuomo è il retro-ammiraglio John Henry Godfrey, l'uomo che ebbe da sopportare l'inventiva di Fleming per tutti gli anni della seconda guerra mondiale, e che ebbe come ricompensa il vedersi rappresentato nei libri di 007 come M, l'inflessibile capo di Bond, quello privo di sentimenti che lo manda sempre a rischiare il collo nelle missioni più difficili, rischiose e tendenzialmente piene di sovietici armati fino ai denti e con un fortissimo mal di stomaco.
L'ingresso in scena del retro-ammiraglio (come suona male in italiano!) è qualcosa di semplicemente perfetto da un punto di vista strettamente fotografico, una scena creata giusto per strizzare l'occhio ai colloqui cinematografici tra Bond e M. Ideona!



E poi c'è la sempre divina Anna Chancellor, indimenticata Lix Storm nel molto e sempre compianto The Hour, che qui ci tiene compagnia nei panni della segretaria personale del retro-ammiraglio (niente, questo titolo mi da da fare) Godfrey, a.k.a. il tenente Monday della Marina di Sua Maestà. a.k.a. metà della mia ship che non sarà mai se non nella mia testa amen.
Se Godfrey fu l'ispirazione per M, di certo avrete già capito che Monday divenne l'ispirazione per la più celebre delle segretarie, Miss Moneypenny - e la Chancellor è semplicemente magnifica a recitare queste scene con un tocco di flirt che, ancora, strizzano l'occhio a quello che sappiamo essere il rapporto complice tra Moneypenny e Bond tanto nei film quanto nei libri. 
Fortunatamente, stando alle parole della stessa Chancellor, è stata abbondantemente evitata la sub-plot romantica tra Fleming e Monday, che avrebbe notevolmente appesantito la trama dalla serie, già molto condensata di suo - ciò non toglie che vederli flirtare come se non ci fosse un domani è strepitoso!

Passiamo ora alla trama, cercando di evitare ogni sfumatura fangirlistica.
La trama di fondo, quella basilare che sottende tutti e quattro gli episodi, non si può certo dire che sia complessa. Da una parte abbiamo un giovane rampollo nobile e ricco, assolutamente incapace di prendersi una responsabilità e di portarla a termine, annoiato e più interessato agli esponenti del gentil sesso che a tutto quello che gli succede attorno - NdA, la Seconda Guerra Mondiale.
Dall'altra abbiamo la Marina di Sua Maestà Britannica, impegnata nella lotta contro i nazisti ed in evidente difficoltà, che decide di arruolare tra le sue file il giovane Fleming perché è giunta loro voce  - da Winston Churchill in persona - delle sue "particolari abilità" (dove con particolari abilità si intendano "strafottenza", "amore per il rischio", "abilità nel mentire facile", "conoscenza del tedesco", "assoluta mancanza di amore per le regole") - ergo, Fleming, perché non entra a far parte della nostra disastrata Naval Intelligence? Bellissimo, lei è così scapestrato che possiamo mandarla in giro a farsi ammazzare.
Aggiungete due love interests per il protagonista e una ship appena accennata sullo sfondo ma non importa, di cui uno affascinante e pericoloso e l'altro dolce e premuroso, plus la Secondo Guerra Mondiale sullo sfondo, con tutte le problematiche del caso e la necessità di sconfiggere i nazisti nel gioco dello spionaggio, e avrete la trama di questa troppo breve serie tv.

A conti fatti, non si tratta di una serie tv politicamente impegnata o particolarmente difficile: se si perde una battuta per distrazione, la trama si capisce comunque. Si tratta di un biopic dedicata all'uomo che, mettendo per iscritto le sue piccole manie ed idiosincrasie, creò uno dei personaggi letterari e in seguito cinematografici più amati di sempre: alla fine dei quattro episodi, tra momenti di tensione, battute, fangirlismo, e geniale trovate militari, avrete visto una serie interessante e originale, volta ad introdurvi al personaggio di Bond, James Bond se non l'avevate mai incontrato, o a presentarvi come e perché è nato dalla macchina da scrivere di Fleming, Ian Fleming.

Da spettatrice e fan di James Bond, a questa serie mi sento di dare un buon 8/10.
I due punti che mancano sono andati persi a causa, secondo me, dell'eccessiva brevità della serie stessa: con tutto il materiale interessante che avevano in mano, con tutta la Secondo Guerra Mondiale da poter sfruttare, l'impressione è che sia sia corsi un po' troppo, dedicando poco tempo ai singoli avvenimenti. Ciò non toglie che sia una serie molto piacevole, un must se amate le storie di spionaggio!

Chapeau a BBC America.



Quattro pecorelle felici.
Insisto sul fatto che sia stata una serie troppo corta
 per me c'era materiale per una serie da 7-9 episodi.
Per tutto il resto, masterpiece!


Guardarlo sì: perché amate Bond, James Bond come la sottoscritta, sapete a memoria film e libri, e volete vedere quanto Fleming somigliasse alla sua creatura.
Perché ammirate qualcuno del cast, e volete constatare come sia il suo nuovo lavoro con occhi a cuoricino e le coronarie pronte ad esplodere.

Guardarlo no: perché Bond, James Bond vi sta antipatico già da film e libri, figuriamoci scoprire che il suo creatore era davvero così! Mio Dio! E perché, essenzialmente, una mini-serie su delle spie durante la seconda guerra mondiale non vi interessa.

Guardarlo sì-bonus: per i costumi, le ambientazioni e la fotografica. A mio modesto parere - sono una spettatrice affascinata, non un'esperta del settore - è tutto reso molto bene, ed è una delizia per gli occhi.
Also, Samuel West.  

lunedì 17 febbraio 2014

Trespassers on the Roof of the World

-- Hopkirk va in vacanza e ci porta in Tibet --

E così ho deciso di recensire ogni singolo libro che leggerò quest'anno, per variate ragioni:
  1. darvi il tormento, essenzialmente;
  2. dare un ordine alla mia vita - e alla mia libreria;
  3. ricordarmi come si scrive in italiano, considerato che vivo in un mondo di libri, appunti e papers in inglese;
  4. mostrare al mondo - cioè a voi, cari e fedeli lettori - i miei bambini preferiti;
  5. ricordarmi che c'è qualcosa oltre l'università e gli esami - e andiamo!

Quindi orsù, iniziamo!
Il primo libro finito quest'anno - dove con finito è da intendersi "L'ho iniziato il primo gennaio e il due alle tre del mattino quasi era finito" - è un'opera dell'immancabile Peter Hopkirk, Mio Unico Maestro, tanto per cominciare l'anno con qualcosa di leggere, poco impegnato e soprattutto fictional. Come no.




Titolo: Alla conquista di Lhasa
Titolo originale: Trespassers on the Roof of the World
Autore: Peter Hopkirk
Casa Editrice: Adelphi
Pagine: 378
ISBN: 9788845923081 
Prezzo: 24,00 euro
Trama: Messi uno vicino all’altro, i titoli di Peter Hopkirk hanno qualcosa di inquietante. Il suo libro più noto, Il Grande Gioco, raccontava come le regioni dell’Asia centrale siano da due secoli la zona strategicamente più calda del pianeta – e lo faceva mentre gli occhi di tutti rimanevano voltati altrove. Quando invece, nel 1982, uscì Alla conquista di Lhasa, molti trovarono a dir poco entusiasmante la rievocazione della corsa, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, per la conquista di quello che ancora era, nell’immaginazione popolare, il Paradiso Perduto: il Tibet. In effetti le imprese di personaggi come Annie Royle Taylor – che nel 1892 abbandonò l’East End per i sentieri himalayani, arrivando, con la sua carovana, a un passo da Lhasa – o Maurice Wilson – fermato dalle autorità inglesi in India mentre stava per realizzare l’ultima fase del suo piano, cioè schiantarsi con un biplano Gipsy Moth alle falde dell’Everest per poi proseguire fino alla vetta e innalzarvi la bandiera britannica – restano nella memoria. Ma c’è di più: nel racconto di Hopkirk sembra aleggiare la credenza antichissima secondo la quale chi conquista il Tibet conquista, semplicemente, il mondo – e si ha così la strana sensazione che le ossessioni e le avventure di singoli così come le mire di immani Stati (la Cina di oggi, ad esempio) verso quei luoghi abbiano un’origine potente e arcana.

Come il buon Hopkirk ci ha ormai insegnato, questo non è un romanzo, bensì un libro di storia - di più, è un libro di storia relativo a viaggi, esplorazioni, e scoperte, che si discosta dal Grande Gioco per la componente mistica che certi capitoli del libro tendono ad assumere, dovendo trattare di esploratori cristiani che affrontarono il duro Tibet per ragioni evangeliche.

Perché Alla conquista di Lhasa parla anche di loro. Alla conquista di Lhasa parla di tutti quegli uomini e quelle donne - pazzi, geni, coraggiosi, irresponsabili, credenti, atei, soldati, privati cittadini - che decisero di affrontare le montagne più dure del mondo per andare alla scoperta di quell'ultima capitale, l'immortale e misteriosa Lhasa, e per rivelarne i segreti, spesso senza sapere, o ignorando, o sottovalutando, a quali insidie e pericoli andavano incontro.

Ogni capitolo di questo libro è dedicato ad una storia diversa, ad una persona, un uomo, una donna, o ad una coppia, o ad un gruppo di soldati inglesi che, nell'ottica del Grande Gioco tra Impero britannico e Impero russo, dovevano per forza di cose raggiungere Lhasa e aprire i canali diplomatici.
Sono capitoli che vi coinvolgeranno e vi faranno riflettere, pagine che vi porteranno alla scoperta del Tibet nei suoi più reconditi aspetti - e sentirete il gelo del vento himalayano e tratterete il fiato con il pubblico inglese durante le prime scalate all'Everest - e che forse vi faranno venire voglia di visitare questo angolo di mondo ancora relativamente segreto.

L'aspetto più "facile" di questo libro è, indubbiamente, il fatto che negli ultimi capitoli arriva a toccare dei decenni più vicini a noi, senza fermarsi all'inizio del secolo o alla prima guerra mondiale come tendono a fare tutti gli altri libri di Hopkirk: questo volume arriva a trattare fino e oltre l'invasione cinese del 1959, ricollegandosi ad una tematica che ultimamente sole comparire nelle nostre televisioni, cioè la questione tibetana. É un'ottima motivazione per leggere questo libro, fidatevi, poiché vi permetterà di affrontare tutti gli altri temi trattati in un'ottica più moderna e contemporanea rispetto agli altri volumi.

Enjoy, folks!


Tre dinosauretti (e mezzo) perché è sì un gran bel libro, ma, a mio parere,
non il migliore di Hopkirk.
Ciò non toglie che dobbiate leggerlo!

Leggerlo sì: perché la storia del Tibet, della cultura buddista, o, in generale, di viaggi e scoperte vi affascina ed è pane per i vostri denti, anche considerato che ormai certe esplorazioni non si possono più fare - procate a dire a vostra madre che domani partite per il Tibet in cerca di Gloria e Onore, e poi vediamo cosa vi risponde.

Leggerlo no: perché la storia del Tibet, della cultura buddista, o, in generale, di viaggi e scoperte non vi interessa assolutamente, perché Hopkirk lo trovate noioso (blasfemi), perché ad un libro di storia preferiti un bel romanzo giallo o un thriller (avete la vostra parte di ragione, indubbiamente).
O perché di Gloria e Onore vi bastano quelli di Mulan.

Leggerlo sì-bonus: perché sono riuscita a farvi innamorare di Hopkirk e volete lasciarmi una contro-recensione tra i commenti. Ma come siete gentili.

mercoledì 20 novembre 2013

Oscar e la dama in rosa

Preparate i fazzoletti, ce ne sarà bisogno.
Sì, sono sempre io, quella dei libri allegri e facili.
Ci si potrebbe aprire una rubrica separata...




Titolo: Oscar e la dama in rosa
Titolo originale: Oscar et la dame rose
Autore: Eric-Emmanuel Schmidt
Casa Editrice: BUR - Biblioteca universale Rizzoli
Pagine: 90
ISBN: 978-8817005432
Prezzo: 7,00 euro
Trama: "Oscar è un bambino di dieci anni. È malato, e i medici non riusciranno a salvarlo. In ospedale, riceve le visite di un'anziana signora, Nonna Rosa, che stringe con lui un formidabile legame d'affetto e lo invita a fare un gioco: fingere che ogni giorno duri dieci anni, e scrivere ogni giorno una lettera a Dio in cui raccontare le avventure e le esperienze di dieci anni, così come le fantasie e le paure, i rapporti con i genitori e i medici, l'amore per Peggy Blue, una bambina ricoverata nello stesso ospedale. Questo piccolo libro è composto da dodici lettere, dodici giorni in cui si concentra la vita di Oscar, giorni scapestrati e poetici, pieni di personaggi buffi e commoventi."


In realtà non c'è molto da dire riguardo un libro del genere, perché é talmente semplice e al tempo stesso talmente complesso da non poter essere recensito in maniera appropriata.
É un libro che tratta di argomenti così profondi e toccanti - la malattia terminale di un bambino, il dolore della sua famiglia, l'incapacità di accettare la situazione - che una qualsiasi recensione "impersonale", e quindi una recensione in senso stretto, gli mancherebbe quasi di rispetto, per non parlare del fatto che non gli renderebbe abbastanza giustizia.

Quindi ho deciso che vi parlerò semplicemente di quello che ho provato e proverete. Ignorerò lo stile di scrittura, la composizione, la facilità di lettura o meno, la scorrevolezza del testo… ignoriamo tutti questi aspetti tecnici, e concentriamoci su ciò che questo libro provoca.

Ovviamente è un libro triste, e altrettanto ovviamente vi farà venire l'occhio lucido o versare una lacrimuccia - io piansi, ma proprio male, ma io non faccio testo in questi momenti! 
É un libro che mette una sottile ansia, che vi farà innervosire, che vi farà arrabbiare, che vi indignerà, perché sapete perfettamente cosa succederà alla fine del libro e non volete né potete accettare che un bambino muoia. 
Probabilmente vi farà riflettere su molte cose - probabilmente era questa l'intenzione di Schmidt, che non è nuovo a questo tipo di libri molto impegnati, ma in maniera lieve, delicata, senza retoriche pesanti.
Al tempo stesso è però un libro allegro, perché la malattia è vista attraverso gli occhi del bambino protagonista, Oscar, un bambino che sa che sta per morire, e che per questo vuole vivere al meglio il poco tempo che gli rimane, un bambino infuriato con l'ipocrisia di chi gli sta attorno, un bambino che vuole sapere come stanno davvero le cose, che combatte per ottenere tutto quello che può nel poco tempo che gli rimane. Oscar sta morendo, è vero, ma ci tiene a far sapere che è ancora vivo, che ha ancora una dignità e dei diritti: certo, sono cose che un ragazzino di 10 anni non può capire, lui reagisce così per istinto, ma noi, che siamo ben più grandicelli, capiamo che nella sua "ribellione" contro chi non gli vuole dire come stanno le cose c'è molta più onesta e franchezza che nell'atteggiamento degli adutli che gli stanno attorno. Ancora bambino, nella sua ingenuità Oscar preferisce sapere tutto, affrontare il dolore, e non capisce perché gli adulti soffrano così tanto. Senza saperlo, Oscar è fiero, coraggioso, un piccolo eroe.
Fortunatamente, in questa sua ricerca della vita e di ciò che può fare conterà su una meravigliosa alleata, Nonna Rosa, e su tanti altri piccoli inconsapevoli alleati, gli altri bambini dell'ospedale, che vi apriranno gli occhi sul mondo dei reparti infantili all'ospedale che, nella tragedia, sanno essere anche luoghi colorati, normali, in cui piccoli amori e rivalità si scontrano. 

Qui chiudo, o mi commuovo ex novo.
Una recensione piccolina, per un libro piccolino, ma dal grande messaggio.
Io ve lo lascio qui, sperando che lo troviate in biblioteca o in qualche mercatino - ho fatto una fatica a trovarlo…!


Cinque dinosauri felici e commossi. Leggetelo, ne vale davvero la pena.


Leggerlo sì: perché fa davvero riflettere sul senso della vita - e no, questo non è un semplice cliché.

Leggerlo no: perché fa davvero riflettere sul senso della vita, sottolineando e trattando argomenti che a nessuno fa mai piacere affrontare nella vita reale, figuriamoci in un libro.

Leggerlo bonus: Nonna Rosa. Ucciderei per avere un'infermiera del genere in caso di necessità!

venerdì 1 novembre 2013

Soul Music - All'anima della musica!


Il Grande Ritorno nelle nostre librerie di Terry Pratchett - fidatevi, mancava davvero da troppo tempo!




Titolo: All'anima della musica!
Titolo originale: Soul Music
Autore: Terry Pratchett
Casa Editrice: Salani 
Pagine: 367
ISBN: 978-88-6715-296-4
Prezzo: 16,80 euro
Trama: "Gli altri bambini hanno gli xilofoni. A Susan basta chiedere al nonno di tirarsi su la maglietta.
Avere sedici anni non è mai facile... soprattutto se c'è un Morte in famiglia. Dopotutto non è una passeggiata crescere normalmente quando hai un nonno che cavalca un cavallo bianco e impugna una gigantesca falce. Specialmente se decide di prendersi una meritata pausa per andare alla ricerca del senso della vita e scoprire 'perché le cose vanno come vanno', e tu devi rilevare gli affari di famiglia sperando che la gente non continui a scambiarti per la Fatina dei Denti. 
E soprattutto se ti trovi faccia a faccia con una musica che crea dipendenza che ha stregato l'intero Mondo Disco. 
È illegale. 
È contagiosa. 
Dà assuefazione. 
Indispensabile per chi vuole esibirsi in pubblico urlando e dimenandosi senza freno. Controindicata per chi non ha la minima intenzione di bruciarsi la gioventù. 
È LA MUSICA CON LE ROCCE DENTRO!"


Guardate, vi do giusto un Ottimo Motivo per leggere questo libro.
 Morte. Sì, quel Morte.
In motocicletta.
Con una chitarra elettrica.
E un chiodo dei Guns 'n' Roses addosso (ma questo lo scoprirete da soli!)
E vi pare poco?!

Se avete ancora bisogno di qualche altro incentivo - stolti! - per leggere questo libro, eccomi qua, al vostro servizio. 
Il Maestro, Terry Pratchett, il Sommo, Colui Che Rende Divertente Ciò Che Divertente Non Può Essere Eppure...,  l'autore dei libri più rubati dalle biblioteche inglesi, è tornato. Ed è tornato alla grande con il suo sedicesimo libro della saga di Mondo Disco tradotto in italiano - perché nel Regno Unito, in realtà, si godono questa meraviglia dal lontano 1994...

La trama è semplice - nulla è semplice, con Pratchett, ma per amore di spoiler andiamo per sommi capi così non vi rovinate la sorpresa.
Morte è in crisi esistenziale, ancora, e parte per scoprire il senso della vita, ancora, lasciando indietro il maggiordomo Albert a cercare di capire cosa diavola sta succedendo. Sì, ancora - e io sono convinta che questo Albert non sia un semplice tributo a quell'Alfred, ma che proprio Morte l'abbia rapito da Wayne Manor e poi gli abbia cambiato nome. E chiamalo scemo, fosse il caso.
Nel mentre, il patrizio di Ankh-Morpok ha l'ennesimo grattacapo da risolvere e certo non può contare sui maghi dell'Università Invisibile, che, come al solito, ai guai causati dall'Universo, dalla Fortuna e dagli Dei Annoiati devono aggiungere i loro.
Nel mentre, la Gilda dei Musicisti ha a che fare con qualcosa che si agita nei bassifondi della capitale e che sta rovinando loro gli affari…
Nel mentre, un umano, un nano e un roll entrano in un bar e succede il finimondo. No, non è una pessima barzelletta, è la verità. Buddy, Glod e Cliff hanno davvero combinato un disastro, e ancora non lo sanno... 

Facciamo un riassunto! Un Breve Specchio Che Vi Aiuterà A Non Perdervi!
I vostri compagni di avventura saranno:
  • Morte - e dove c'è Morte, c'è vita e spasso!
  • Morte dei Ratti - è importante. Davvero.
  • Susan Sto Helit, l'adorabile nipotina - incidentalmente, "Morte... chi?"
  • Albert - un maggiordomo è per sempre.
  • Mustrum Ridcully e i docenti dell'Università Invisibile, Ponder Stibbons e il Bibliotecario - mi rovinerei come Mi-Voglio-Rovinare Dibbler per studiare in quel posto!
  • Il patrizio di Ank Morpok - secondo la BBC, Charles Dance.
  • La Guardia Cittadina e i barboni della capitale.
  • Vari ed eventuali.
Se non sapete chi sono alcune delle persone qua sopra - stolti! - beh, non avete idea di cosa vi siete persi e avete quindici ricchi libri da recuperare. E un po' vi invidio, visto che leggere Pratchett in lingua originale è un incubo e aspettarli in italiano un Calvario - voi neofiti ne avete così tanti da gustarvi!


Pratchett mi fa sempre morire, sempre, perché è un Genio, 
ma stavolta ha superato se stesso.
5/5, meritatissimo!


Leggerlo sì: perché è Terry Pratchett e la sua satira umoristica, graffiante, vi piace da morire. E perché siete consci del rischio di morire in apnea per le risate ad ogni pagina.
LA SIGNORINA VI AVEVA AVVERTITO 
Capirete presto il perché del maiuscolo - a meno che non siate veterani di Pratchett.
MA SARÁ TROPPO TARDI

Leggerlo no: perché un unico capitolo tra 367 pagine è al di là dal vostro limite di accettazione, così come le storylines frammentate e mischiate l'una con l'altra.
MA NON SAPETE COSA VI PERDETE

Leggerlo - bonus: Morte in motocicletta non vi pare già un gran bel bonus? No? Beh, in questo caso sappiate che esistono le miniature collezionabili del Mondo Disco: chi non vuole avere una piccola Morte rockettara in camera?

A presto! *Vrooooooom*

sabato 26 ottobre 2013

La Leggenda degli Annegati

Io ci provo, davvero, a recensire libri easy, che siano di piacevole lettura, da portare in spiaggia sotto l'ombrellone o da imboscare sotto il banco a lezione di Economia Politica quando le cose si fanno davvero dure.

Ma non ci riesco. 

É più forte di me.
Quindi beccatevi un'altra recensione di un libro decisamente forte - e non nel senso di "wow, figo, non potevo vivere senza questo libro gioioso!"


Titolo: La Leggenda degli Annegati
Titolo originale: We, the Drowned
Autore: Carsten Jensen
Casa Editrice: Rizzoli
Collana: La Scala
Pagine: 716
ISBN: 978-88-17-01768-8
Prezzo: 22,00 euro
Trama: "Marstal è oggi una piccola cittadina della Danimarca meridionale, adagiata sulla costa dell'isola di Ærø e lontana dalle rotte turistiche e commerciali. Ma vi fu un tempo in cui la città possedeva una grande flotta mercantile, seconda in Danimarca solo a quella di Copenaghen, e i suoi marinai erano famosi e richiesti in tutto il mondo per la loro perizia e il loro coraggio. Carsten Jensen prende spunto dalla storia di Marstal per dare vita a un romanzo dal fascino travolgente: quattro generazioni di marinai si inseguono dai mari della Scandinavia all'Atlantico Settentrionale, dal Pacifico all'Islanda, attraversando guerre e tempeste, amori e morte, con l'audacia e l'ostinazione di personaggi mitici. Mentre le loro esistenze si intrecciano fra realtà e leggenda, le navi a vela si arrendono a quelle a vapore e un'intera epoca si dissolve. Il piccolo villaggio danese, immerso in un'atmosfera magica, diventa il fulcro di una grandiosa e suggestiva epopea che porta con sé gli inconfondibili echi della grande letteratura marinara, da Herman Melville a Joseph Conrad."


A costo di ripetermi, questo non è un libro facile. E come buona parte dei libri non facili, è un libro meraviglioso.
É un libro che parla di una cittadina portuale della Danimarca, del suo lento declino a causa delle innovazioni tecnologiche, ma è anche un libro che parla di famiglia, amore, tradimenti, redenzioni. Non è una grande saga familiare, è una grande saga cittadina. Non ha un solo protagonista, ne ha tanti, certo alcuni più importanti degli altri, alcuni minori, altri che comprendi solo alla fine del libro, dopo averli ritenuti delle semplici, mere comparse - nessuno è una comparsa, in questo libro, tutti hanno qualcosa da dire, da insegnare, da perdere, da guadagnare, da amare.

É un libro che si muove a 360°, senza darti il tempo di prendere fiato, un libro che racconta tante storie, forse troppe storie, forse troppo poche, che si incrociano per le strade di Marstal compiendo importanti salti temporali avanti ed indietro nel tempo, cambiando repentinamente soggetto e addirittura punto di vista, aprendosi in lunghi flashback, scoprendo nuove realtà e nuove verità nei rapporti tra gli abitanti del villaggio.
Al tempo stesso riesce a rimanere legato alla realtà della cittadine e ad esplorare e descrivere luoghi lontani ed esotici, grazie ai frequenti viaggi attorno al globo dei marinai di Marstal - parliamone, ad un certo punto il protagonista di turno (Knud Erik, N.d.A.) incontra persino James Cook! Quel James Cook! E ***spoiler*** anche la testa essiccata di Cook, dopo la sua morte nella Hawaii. Povero Cook...

Lasciate che vi dia un assaggio delle emozioni che questo libro vi causerà:
  • Vi affezionerete ad un villaggio sperduto in Danimarca, soffrirete, esulterete, diventerete loro concittadini; soffrirete con Klara, viaggerete con Knud Erik, diventerete uomini importanti ma soli con Albert. Capirete l'importanza dei gabbiani nell'educazione dei bambini e capirete come un'improvvisa inondazione può plasmare una persona;
  • La guerra! Vivrete la Grande Guerra da veri abitanti abitanti di Marstal, vedrete con gli occhi dei marinai le bombe cadere dal cielo, le prime, grandi navi da guerra.
  • Ma non solo: sarete in coperta con loro durante i grandi tifoni e le mareggiate, soffrirete la bonaccia nei mari equatoriali, vedrete le coste del Sud America e le sue città vivaci e profumate;
  • Vi innamorerete di luoghi esotici e lontani, oramai perduti per come sono descritti in questo libro - un motivo in più per leggerlo e vedere cosa vi siete persi, no?

Una solo controindicazione seria, sarò sincera: il libro non è scorrevole, è complesso, articolato, si avvita su se stesso allo stremo, specie nella prima parte, quando deve introdurre Marstal, i suoi abitanti, le sue caratteristiche peculiari. Serve del tempo per abituarsi al modo di scrivere di Cartsen Jensen, a come cambia POV e tempo verbale da un capitolo all'altro, ai suoi repentini passaggi dalla prima alla terza persona, sia singolare che plurale, durante la narrazione - davvero, ha messo in crisi anche me, sebbene fossi ben intenzionata a leggerlo fino in fondo e a godermelo (che poi io ci abbia messo degli anni a finirlo - anni - dopo la morte crudelmente ironica del mio personaggi preferito, è un altro discorso).

Ma non lasciatevi scoraggiare! Una volta scardinato la complicata scrittura di Jensen avrete in mano una perla letteraria di raro splendore. Coraggio!



Quattro dinosauri felici, e solo perché a due terzi del libro sono scoppiata a piangere.



Leggerlo sì: perché da quando avete finito "Moby Dick" vi sentite orfani di qualcosa. Perché avreste voluto stringere la mano a Conrad e Salgari per come facevano rivivere sulla semplice carta paesaggi lontani e quasi mitici. Perché "La Ballata del Vecchio Marinaio" del buon Coleridge vi ha commossi e scossi al tempo stesso.
Leggerlo no: perché le saghe non vi interessano. Perché non siete appassionati di storia navale. Perché i danesi vi stanno parecchio antipatici e sinceramente non ve la sentite di affrontare settecento-e-rotte pagine dedicate ad un paesino sperso lassù.

Leggerlo sì - bonus: la rilegatura. Oh, quella rilegatura! Rigida, in un bel cartoncino che al tatto sembra quasi gommoso, con il dorso del libro in tessuto nero e le lettere incise nella stoffa. Nulla da dire, la Rizzoli questa volta ha fatto un lavoro superbo, e vedere questo volume nella proprio libreria è uno spettacolo.



P.s. E poi volete mettere quant'è 
bella la copertina inglese?