martedì 24 settembre 2013

How I Met Your Mother Season 9 Premiere


E' Settembre, arrivano le prime mattine fredde, gli scoiattoli raccolgono le ultime ghiande prima del lungo letargo invernale (o almeno credo, qui a Roma ci sono ancora venticinque gradi) ma soprattutto: ricominciano le serie tv. Giusto in tempo per farmi riprendere dal lutto dell'hiatus di Suits, ricomincia il grosso delle serie che seguo, a cominciare da How I Met Your Mother con la sua nona ed ultima stagione.
Prima di qualsiasi altra considerazione rendiamo grazie che questa stagione sarà l'ultima: gli autori hanno l'opportunità di chiudere la serie prima di vedersi tirare dietro tutti gli ortaggi del mio frigo e di chiudere con un'ultima stagione che sarà di livello, se non pari alle prime cinque, si spera almeno superiore alle ultime tre. Ciò detto, parliamo dei nuovi episodi!

Iniziamo da quello che preferisco generalmente in ogni episodio di HIMYM: Barney e Robin. Nonostante l'imminente matrimonio gli autori non li hanno resi eccessivamente sdolcinati, mantenendoli in character. Ora sto aspettando di vedere il "ring bear" con più curiosità di tutti gli ultimi otto anni attesi a scoprire chi fosse la madre.

Lily e Ted: meh. Chiariamoci subito sul perché: Ted ha scartavetrato lo scartavetrabile. Io lo so che sono le scelte degli autori, ma se vedo un'altra volta Ted che anche solo medita di tentare di riprendersi Robin è la volta buona che do il colpo di grazia al mio povero pc e lo defenestro. Tutta questa storia di Ted che si prende il biglietto per LA non solo è irritante, è pure OALD. Sono otto stagioni che si fa piantare in asso e poi ripensa a Robin e conclude che è lei l'amore della sua vita: nope, sorry, not happening, hai stufato. No! No, no, no, no! Did I mention, no?

Lily e la Madre: j'approve. Mi piace che venga introdotta tramite Lily e che sia suonata tanto quanto gli altri cinque della compagnia. Ammetto che quando hanno svelato la sua identità l'anno scorso ci ero rimasta un tantino. Non è che ci fossi rimasta male, era più sulla linea di: dopo tutto questo casino sarà meglio che sia più interessante di quello che sembra, or I'll cut you. Insomma, classica reazione razionale e contenuta della sottoscritta. Quindi: vediamo di non combinare cavolate, chiaro?

Breve nota su Marhsall: Minnesota keeps on winning.

Il divorzio di James: di completa inutilità se non a regalarmi qualche momento di pure awwn tra Robin e Barney. Il fatto che Barney non si scomponga perché lui ha Robin e per lui questa è un'assicurazione più che sufficiente sull'esistenza dell'amore vero mi ha ha indubbiamente fatto saltellare come un elefante on a trampoline. Naturalmente non ho fatto in tempo a godermi la patabauaggine (not a word, I know, ma rende l'idea) che mi hanno inserito Barney, Robin e una torta erotica rappresentante James e Tom, tutto nella stessa scena: awesomeness.

Nel complesso come episodio mi è piaciuto, tre cuoricinosi dinosaurini felici per questa premiere!

Off I go!

venerdì 20 settembre 2013

La verità sul caso Harry Quebert


La verità sul caso Harry Quebert


Titolo: La verità sul caso Harry Quebert
Autore: Joel Dicker
Casa Editrice: Bompiani
Pagine: 780
ISBN: 978-8845273285
Prezzo: 19,50 euro
Eccomi qui, infine, a recensire il giallo dell'estate – anche se il mio cervello mi urla che il giallo dell'estate dovrebbe essere il libro della Rowling – il famoso e apprezzatissimo libro del giovane scrittore svizzero Joel Dicker.
Sapete ci sono tantissime cose che vorrei dire di questo libro, così tante che non so nemmeno da dove incominciare.
Potrei partire dicendo che sì, questo libro mi è piaciuto, mi ha coinvolto così tanto che non riuscivo a staccarmi perché volevo a tutti i costi sapere cosa sarebbe successo, come sarebbe finito.
Potrei anche incidentalmente notare che no, non penso che sia un capolavoro come molta gente sostiene, anche se mi è piaciuto e penso sia valsa la pena leggerlo.
Insomma, avrei già detto molto e per qualcuno forse è abbastanza, anzi sicuramente è il caso che chi non vuole sapere nulla, né della trama, né dei personaggi si fermi in questo punto così da non farsi scomode anticipazioni o rivelazioni non gradite, dopotutto è sempre un giallo.
Anzi, guardate, vi piazzo già qui i dinosaurini felici. Sono quattro. Ora, se siete allergici agli spoiler fuggite veloci come il vento.




Direi che partire dalla trama potrebbe essere una buona idea, insomma, direte voi, si può sapere di cosa diamine parla questo romanzo che ti confonde così tanto le idee? New Hampshire, Aurora,30 Agosto 1975, la quindicenne Nola Kellerman viene vista dall'anziana Deborah Cooper mentre scappa da un uomo nella foresta, la donna chiama la polizia, ma poche ore dopo viene uccisa e la ragazza scompare. Passano 33 anni e nel giardino del celeberrimo scrittore Harry Quebert viene ritrovato il cadavere della ragazza: è uno scandalo. Quebert, infatti, non è solo un docente universitario, non è uno scrittore qualunque, è l'autore del romanzo “Le origini del male”, romanzo che lo ha consacrato come luminare della letteratura americana contemporanea. Ecco che il nostro protagonista, pupillo di Harry e anche lui scrittore acclamato, entra in scena. Il giovane Marcus Goldman è deciso a portare a galla la verità e a scagionare il suo mentore che risulta essere il principale sospettato nella morte della ragazza.

Ma siete ancora qui? Ve lo ripeto.
Attenzione, di seguito pesanti, pesantissimi spoiler sulla trama.
Tanti spoiler.
Non nominerò l'assassino, ma tanti spoiler.

La verità sul caso Harry Quebert è quindi un giallo, ma è anche un libro sulla scrittura e una storia d'amore, nonché il più grande romanzo di Marcus Goldman.
Partirò dal protagonista, o forse dovrei dire dai protagonisti, perché in questo romanzo non è possibile individuare un solo personaggio principale. Abbiamo da una parte – nel 2008 – Marcus che indaga e racconta le sue impressioni, i dialoghi con la gente del posto, i suoi tentativi di scrivere un romanzo di successo e il suo rapporto con Harry e gli abitanti di Aurora, dall'altra parte abbiamo Harry – nel 1975 – che appena trasferitosi ad Aurora vive la sua grande storia d'amore... con Nola.
Ed eccoci alla storia d'amore.
In molti storceranno il naso – ma non prendiamoci in giro, non avete mai letto Lolita?! – perché Harry ha 35 anni e Nola 15, insomma la differenza di età è tanta, forse per alcuni troppa. La verità è che, nonostante tutto, il buon Dicker riesce a gestire benissimo questo rapporto, rendendolo davvero delicato e dolce. Il lettore si trova di fronte il punto di vista di Harry e quello di Nola, da una parte l'uomo che cerca di resistere a questa passione incontrollata che sa essere sbagliata, un adulto che respinge la ragazzina e si isola per rifuggire questo desiderio che considera quasi immorale; dall'altra abbiamo l'amore dirompente e passionale di Nola, che non riesce in nessun modo a capire perché sia sbagliato, dopo tutto loro si amano, non fanno torto a nessuno, non fanno niente di male, e allora il lettore viene sopraffatto perché i sentimenti di Nola sono fortissimi, sono travolgenti, investono come furia e lasciano boccheggianti. E come potrebbe Harry – che è solo un uomo – resistere a tutto questo? Come può dire di no a una donna-bambina che preferirebbe morire che vivere senza di lui?
Ecco quindi che il romanzo inizia a prospettarsi più complesso di come appare.
La sua struttura è interessante: abbiamo i capitoli che vanno in ordine decrescente, ma non vi dirò perché, lo scoprirete da soli; ogni capitolo inizia con un incipit che contiene un consiglio di scrittura che Harry dà a Marcus; all'interno di ogni capitolo si alternano parti ambientate nel 2008 e parti ambientate nel 1975. Si delineano piano, piano le personalità dei due protagonisti e ci troviamo quindi a confrontare i due aspiranti scrittori: il giovane Harry è arrivato ad Aurora sperando di riuscire a scrivere il romanzo di tutta una vita, mentre il giovane Marcusa arriva ad Aurora sperando di riuscire a scrivere un capolavoro, un romanzo che riesca a superare per grandezza il suo primo grande successo, e ci riuscirà scrivendo la vera storia del caso Harry Quebert, per scagionare il suo amico agli occhi di tutta l'America.
Vediamo l'evoluzione dei due personaggi, il primo che sboccia grazie a Nola e poi si spegne, si chiude in sé stesso e appassisce del tutto una volta scoperto che l'amata è morta; il secondo matura e cresce e passa dall'essere un arrogante e antipatico scrittorucolo di città all'essere un vero scrittore, un vero amico, una persona di spessore in grado di affrontare un caso complicato e misterioso come questo.
Perché la verità è che in questo libro niente è come sembra, credi di poterci arrivare a scoprire il colpevole, fai mille congetture e ipotesi e tieni a mente ogni dettaglio, riesci a capire che c'è qualcosa che non va, ma non capisci esattamente dove, o meglio, tu non riesci, ma Marcus sì. Aurora è uno di quei posti dove tutti hanno qualcosa da nascondere e pochi hanno voglia di ammetterlo, è una di quelle cittadine dove nessuno conosce veramente il suo vicino di casa, dove i segreti sono più grossi di macigni e pesano il doppio. Per questo è così bello come giallo, perché non te lo aspetti. Non ti aspetti niente, Dicker ci piazza di fronte a una sequenza di colpi di scena che ci lasciano a bocca aperta, arrivi al punto di non sapere cosa pensare perché qual è la verità? Alla fine non sai nemmeno più dove sbattere il naso.

E' un romanzo che si articola su più strati, offre al lettore spunti differenti e letture diverse ed è bello, perché pensi di leggere solo un giallo, ma non è così c'è di più. Non che sia perfetto, non lo è, anzi. Considerate che mi avevano parlato talmente bene di questo romanzo che mi ero fatta delle aspettative enormi, inutile dire che non tutte sono state soddisfatte; per carità questo libro mi è piaciuto, l'ho apprezzato tantissimo e mi sono divertita a leggerlo. Mi piacerebbe riuscire a trasmettere a voi quello che ha trasmesso a me, e a mia madre, e a mio padre. L'ansia della scoperta, la frenetica attesa, la voglia di scoprire – pagina dopo pagina – cosa era davvero accaduto a Nola Keller, letteralmente non riuscivo a staccarmici! Però no, non lo considero un capolavoro. Prima di tutto non trovo questa idea di fondo così originale, gestita bene sì, originale no. Mi vengono in mente almeno quattro serie televisive che si articolano attorno a vicende del genere, la prima è Twin Peaks, poi abbiamo The Killing, Broadchurch, quindi Maybe. È il tema che va per la maggiore quindi non lo trovo originale, anche se penso che indubbiamente riesca a distinguersi – come ho già detto per altri romanzi – non per quello che dice, ma per come lo dice.
In definitiva penso che sia scritto bene, decisamente l'autore ha uno stile sopra la media e la capacità di coinvolgere il lettore, cosa non da poco. Il libro però è troppo lungo. Sono 780 pagine, e secondo me potevano essere almeno 150, 200 pagine in meno, si dilunga troppo, si perde in cose senza senso, che nemmeno un beota un bicchiere d'acqua, cose che nella realtà non accadrebbero mai e che rendono il libro meno credibile, o meglio, non del tutto credibile.

A chi è ancora qui, attenzione, da qui in poi consiglio la lettura solo a chi ha già letto il libro, se continuate lo fate a vostro rischio e pericolo, sappiate che non vi rovinerete il giallo, ma ci sono degli spoiler più consistenti.

Prima di tutto c'è l'Alabama. Insomma, quella faccenda mi ha irritato non poco, siamo nel mezzo di un'indagine di polizia, un'indagine per omicidio, un caso che ha sconvolto non solo Aurora, ma tutta l'America e Marcus e la polizia non pensano che potrebbe essere utile sapere cosa è successo alla famiglia Keller in Alabama e per quale motivo si sono trasferiti ad Aurora?! Seriamente? E insieme all'Alabama – visto che vanno di pari passo – la faccenda della madre. Davvero un errore grossolano ed imperdonabile sia per uno scrittore che per un poliziotto, che poi è quello che dice:
Ai bravi investigatori non interessa l'assassino... ma la vittima. Lei deve informarsi sul conto della vittima. Deve cominciare dall'inizio, da prima dell'omicidio. Non dalla fine. Se si concentra sull'omicidio sbaglia strada. Deve chiedersi chi era la vittima... Si chieda chi era Nola Kellergan.
Dicker la usa per allungare la broda, ma l'avesse inserita 150 pagine prima sarebbe stato uguale, meno tirato, più lineare e più credibile. Decisamente.
Poi c'è quella faccenda del libro di Quebert. Quando si scopre che “Le origini del male” era dedicato a una ragazzina di quindici anni ecco che si apre uno scandalo, Quebert ha scritto quel libro per amore di una minorenne. Apriti cielo. Ritirano tutti i libri dalle librerie e dalle biblioteche, poco ci manca che gli ritirino i premi che ha vinto. Vorrei dire solo una cosa... stiamo scherzando? L'autore ci fa una testa tanta sull'editoria moderna, sul fatto che si scrive per vendere, che pur di vendere si scrive qualsiasi merda, che la gente è interessata alle cose torbide e squallide e questi beoti ritirano il romanzo di Quebert? MA SONO TUTTI SCEMI?! Nessuno avrebbe mai fatto una cosa del genere e vi dico anche perché: 1) Un capolavoro rimane sempre un capolavoro, poco importa se l'autore era un pedofilo, amava una minorenne, aveva strane abitudini sessuali, era coprofago o pazzo. Rimane un capolavoro. 2) ci sarebbe stata finalmente una chiave di lettura del romanzo, di quanti capolavori possiamo dire di avere davvero una chiave di lettura? Quando sarebbe bello sapere cosa effettivamente l'autore voleva dire? 3) Avrebbe. Venduto. Un casino. Nessun beota avrebbe ritirato un libro che in seguito a tanta pubblicità sarebbe tornato in cima alle classifiche, è la prima cosa che ti insegnano: qualsiasi pubblicità è buona pubblicità.
Davvero non può un autore cadermi su una cosa del genere.
Avrei anche da dire un'altra cosina. Sull'editore che pubblica – per caso – pagine del libro in anteprima. Quale editore completamente rimbambito avrebbe fatto una cosa del genere? Prima di tutto non ha senso, avesse voluto creare Hype o pubblicare qualcosa sarebbe bastato chiedere a Marcus di scrivere una cosa apposta. Inoltre sapeva perfettamente che Goldman stava indagando e siccome aveva fretta che scrivesse il libro non avrebbe mai rischiato che la sua gallina dalle uova d'oro si inimicasse tutti gli abitanti della città pubblicando cose non autorizzate e diffamatorie su di loro, ottenendo così di ostacolare le indagini e di beccarsi una valanga di denunce. Seriamente, editore WTF?!

So che vi ho trattenuti una vita e me ne scuso, ma avevo un sacco da dire! Pensate che ho anche tagliato una parte con i commenti suoi personaggi, un poì perché avevo paura di farvi troppi spoiler, un po' perché sembravano i deliri di una fangirl. In ogni caso, gente, vi consiglio caldamente la lettura di questo romanzo, sperando che vi piaccia come è piaciuto a me.



MJ.



mercoledì 14 agosto 2013

Il bizzarro museo degli orrori - Dan Rhodes


Il bizzarro museo degli orrori 

 
Titolo: Il bizzarro museo degli orrori
Titolo Originale: Little Hands Clapping
Autore: Dan Rhodes
Casa Editrice: Newton & Compton
Collana: Grandi tascabili contemporanei
Pagine: 256
ISBN: 987-8854131132
Prezzo: 6,90 euro
Trama: In un paesino qualunque nel cuore di una regione imprecisata, c’è un posto molto speciale: un museo dei suicidi, fondato da una ricca benefattrice con il nobile intento di distogliere le anime depresse dai pensieri di morte. Ma quando cala la notte in questo museo succede qualcosa di molto inquietante... Eppure i rumori non turbano il vecchio custode: il tempo di ingoiare un ragno che gli cammina sul viso, e poi chiude di nuovo gli occhi e riprende a russare. Quali orribili segreti si nascondono tra queste mura? E chi è Ernst Fröhlicher, l’enigmatico dottore giunto da lontano con il suo inseparabile labrador nero? Il mistero aleggia sempre più fitto, ma la terribile verità sta per venire finalmente a galla… Tra presenze sinistre, triangoli d’amore, suicidi, cannibalismo, personaggi grotteschi e situazioni al limite dell’assurdo, un racconto macabro, avvincente e divertentissimo: un omaggio irriverente e originale alla fantasia più sfrenata.

Questa sarà una recensione breve, non breve perché il libro non mi sia piaciuto, anzi l'ho trovato davvero carino, ma sarà breve perché se vi raccontassi la trama o provassi ad analizzare i personaggi finirei inesorabilmente per fare spoiler e dirvi cose che per essere godute appieno vanno scoperte leggendo e non me lo perdonerei mai!
Il bizzarro museo degli orrori è il titolo italiano, quello originale secondo me è semplicemente spettacolare e di gran lunga più evocativo, di un romanzo adorabile scritto dall'inglese Dan Rhodes. In un piccolo paesino della Germania si trova un museo tutto da scoprire, è il museo dei Suicidi, il cui scopo sarebbe quello di dissuadere – con ben poco successo – gente infelice dal commettere l'insano gesto. Su questo sfondo si dipanano le vicende dei personaggi, uno più strambo e accattivante dell'altro.
Personalmente ho trovato questo libro delizioso. Affronta una serie di temi che potremmo definire scottanti, ma lo fa in modo molto leggero e divertente, parla di suicidio, abusi sessuali, cannibalismo, portando però il lettore a vedere il lato ironico, quasi divertente, delle vicende. Rhodes nasconde la serietà del romanzo sotto la patina di un umorismo nero tipicamente inglese; sì è vero, alcuni argomenti sono macabri e lui ci ride sopra, forse per alcuni non è il caso, forse per alcuni non si dovrebbe, ma questo è british humor, non deve essere politicamente corretto, non deve essere forzatamente ridicolo. È una tragicommedia. Inoltre Rhodes scrive bene e leggerlo è un piacere; non fatevi ingannare dalle apparenze, questo non è un romanzo per bambini, anche se la copertina può trarre in fallo, è un romanzo per adulti, per gente che ha voglia di una lettura leggera e divertente, che strappi un sorriso e che intrattenga per un paio d'ore.
Personalmente ho riso tantissimo e ho trovato il libro delizioso, assolutamente originale e geniale, sarei davvero curiosa di leggere altri romanzi di questo autore.



Bello e orioriginale! 
MJ.




lunedì 12 agosto 2013

Il Grande Gioco

Ovvero 

"Quella parte della Storia che nessuno si prende la briga di spiegarti, mai"



Titolo: Il Grande Gioco
Autore: Peter Hopkirk
Casa Editrice: Adelphi
Pagine: 578
ISBN: 978-88-459-2475-0 
Prezzo: 16,00 euro


Parto mettendo le mani avanti, molto avanti. In questa recensione cercherò di essere imparziale e fallirò miseramente. Perché io amo Hopkirk, venero questo scrittore, adoro la sua intrinseca capacità di unire la Storia alla narrazione, invidio il suo dono di rendere piacevoli ed avvincenti eterne liste di nomi e date, di creare suspense anche dove, storicamente, sai che andrà male.

Sì, fallirò nell’impresa.
Sì, sto recensendo uno dei miei libri preferiti.
Di uno dei miei scrittori preferiti.
Pace, amen, mettetevela via.

Ma ora cerchiamo di fare le persone serie, perché un Buon libro necessita di una Buona recensione. O almeno così si spera.
Il Grande Gioco, titolo originale The Great Game - no, non confondetelo con l’episodio 1x03 di Sherlock, anche se sì, la complessità di quell’episodio deve molto alla complessità dell’originale Grande Gioco - è innanzitutto un libro di Storia. E non un libro di storia romanzata come i tanti che ultimamente sono comparsi sugli scaffali delle nostre libreria, è un libro di Storia in senso stretto, strettissimo, forse asfissiante per i più.
É un libro di Storia con la “S” maiuscola.
É un libro che parla di persone realmente esistite, di fatti realmente accaduti, di eroi famosi e di eroi anonimi, di uomini che tra l’inizio dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento (a grandi linee) si sfidarono per il bene del loro Paese - da una parte il Regno Unito, dall’altra l’Impero Russo.
É anche un libro di politica, un libro che tratta delle infinite trame tese e degli infiniti errori commessi dai due grandi Imperi coloniali per assicurare zone semi-sconosciute ai loro già immensi dominii.

Ma andiamo con ordine. Cos’è il Grande Gioco del titolo?
*** se già lo sapete o volete serbarvi la sorpresa saltate ai dinosauri entusiasti in fondo ***

Grande Gioco è il termine storicamente coniato per riferirsi a quel periodo che copre tutto l’Ottocento e gli inizi del Novecento, e i cui fatti si svolsero essenzialmente tra l’India settentrionale, la Persia e l’Afghanistan, quando ancora gli europei si permettevano il lusso di scorrazzare per quelle regioni e fare i loro comodi ai danni delle popolazioni locali - sì, uno dei tanti episodi di Colonialismo.
Il Grande Gioco è quel gioco diplomatico e militare che vide scontrarsi i due più grandi Imperi coloniali dell’epoca per il controllo delle zone desertiche persiani e per quello delle catene montuose dell’Himalaya e del Karakoram.

Non è un libro facile, assolutamente no. Ma è un libro avvincente, che vi coinvolgerà fino all’ultima pagina, che vi terrà con il fiato sospeso. 
Un libro che vi farà sperare *** spoiler *** che gli Inglesi vincano la guerra afgana o che il dato generale russo *** spoiler *** la scampi dalle punizioni che l’aspettano in Patria.
Vedrete con gli occhi di Alexander Burnes la rivolta di Kabul, attenderete con George Macartney e sua moglie gli ospiti a Kashgar, cavalcherete con William Brydon fino a Jalalabad, combatterete con Aleksej Ermolov contro il gelido inverno, seguirete in battaglia Nicolaj Ignat’ev. Buchara, Chiva e Samarcanda saranno la vostra Patria e desidererete espugnare l’imprendibile fortezza del Chitral con un pugno di uomini. Vi schiererete con una delle due parti, ma non disprezzerete mai l’altra, e saprete, finalmente, qualcosa di più di quella regione meravigliosa e sconosciuta che è l’Asia Centrale.

Per dirla con le parole di Umberto Eco, che certo di libri ne sa qualcosina più di me:
Una delle letture più appassionanti… non bisogna lasciarsi spaventare dal fatto che siano oltre 600 pagine (in un’altra edizione, n.d.r.). Non dirò che lo si legge di un fiato, ma lo si centellina per sere e sere come se fosse un grande romanzo d’avventure, popolato di straordinari personaggi storicamente esistiti e di cui non sapevamo nulla.

E qui chiudo, con un famoso quadro inglese per farvi capire cosa vi aspetta, se non vi foste già fatti un’idea con quanto blaterato qua sopra!

É finita male, per i Inglesi, nel caso ve lo steste chiedendo.


5 dinosauri felici, sì, entusiasti, euforici. E quando leggerete il libro, quando amerete questo grande affresco storico (cit. Sergio Romano) converrete con me.


Leggerlo sì: perché amate la Storia, con la “S” maiuscola, e perché vi siete sempre fatti qualche domanda su cosa stesse succedendo in giro per il mondo mentre noi europei ce le davamo di santa ragione da Napoleone in poi.
O perché siete molto curiosi.
O perché gli Inglesi vi stanno simpatici e perché ricostruire il loro Impero Coloniale è il vostro sogno proibito quando giocate a Risiko o ad Age of Empires.

Leggerlo no: se non ve la sentite di affrontare quasi 600 pagine di date, nomi e luoghi. Insomma se vi basta la Storia che studiate già a scuola.
E perché, sotto sotto, i Russi sono dei gran simpaticoni e non ne potete più di vederli presi a badilate sui denti dagli occidentali.

Leggerlo sì-bonus: perché Hopkirk ha scritto altri cinque meravigliosi libri, due dei quali tradotti in italiano.

Leggerlo sì-bonus x2: per capire meglio, ad esempio, i libri di Rudyard Kipling - specie Kim e L'uomo che volle farsi re - e i relativi film. Ma vuoi mettere vedere Sean Connery, Michael Caine e Christopher Plummer nello stesso film e capire pure la trama? Suvvia!

giovedì 8 agosto 2013

Slammed - Tutto ciò che sappiamo dell'amore


Tutto ciò che sappiamo dell'amore



Titolo: Tutto ciò che sappiamo dell'amore

Titolo originale: Slammed

Autrice: Colleen Hoover

Editore: Rizzoli

Pagine: 337

ISBN: 978-8817066693

Prezzo: 16 euro



Una volta Emily Dickinson scrisse: “Tutto ciò che sappiamo dell'amore è che l'amore è tutto”, mai parole furono più vere. Il romanzo che vi propongo oggi ruota quasi interamente attorno a questo concetto, ma non – come molti di voi penseranno – solo nel banale senso dell'amore romantico, bensì analizzando tutte le sfaccettature del termine, tutti i tipi di amore.

Lake si trasferisce in Michigan dopo la morte del padre, insieme alla madre, Julia, e al fratello di nove anni, Kel, si accinge a ricominciare da capo. È un nuovo inizio quello che cerca la sua famiglia e apparentemente questa nuova vita non potrebbe iniziare meglio, Kel trova nel piccolo Caulder – figlio minore dei vicini di casa e suo coetaneo – un compagno di giochi e un amico fedele e Lake, beh, Lake trova Will. Will è il fratello maggiore di Caulder, un avvenente ventunenne con la testa sulle spalle; inutile dire che tra i due scatta qualcosa, chiamatelo amore a prima vista, chiamatela affinità, scintilla, intesa, fatto è che in poco, pochissimo tempo, i due ragazzi capiscono di volersi frequentare. Come in tutte le migliori storie ecco che spunta un “ma”.
Ma Will è l'insegnante di inglese di Lake.

Stop. Fermi un secondo, so a cosa state pensando.

No, non è Pretty Little Liars, Will non è Ezra e, grazie a Dio, Lake non è Aria. Veniamo a sapere che i genitori di Will sono morti tre anni prima e che avendo lui deciso di occuparsi del fratello ha finito il college più in fretta possibile e ora sta facendo uno stage nel liceo di Lake, uno stage che poi lo abiliterà al vero e proprio insegnamento. A loro discolpa – sono degli storditi – possiamo dire che nessuno dei due sapeva niente, Will pensava che Lake, oramai diciottenne, frequentasse già il college e lei non si era preoccupata di chiedergli cosa cavolo facesse nella vita. Anche perché andiamo quanti cacchio di ventunenni ci sono che insegnano al liceo? Da qui iniziano le vicende dei due, vicende che li porteranno ad avvicinarsi sempre di più e a conoscersi sempre meglio, al loro fianco oltre alla famiglia di Lake e al fratello di Will troveremo i alcuni dei compagni di classe di Lake.

Ammetto che quando ho sentito parlare per la prima volta di Slammed – da ora in poi mi riferirò al romanzo utilizzando il titolo originale, sia per una questione di brevità, sia perché è molto più incisivo rispetto al titolo italiano – ho storto il naso e tirato avanti, perché mai dovrei voler leggere un libro che parla solo ed esclusivamente di una storia d'amore cadendo nel più scontato dei cliché? Pensavo che la trama ruotasse tutta attorno al rapporto “proibito” tra professore e allieva, quindi no, grazie, sapete come si dice in questi casi: not my cup of tea.

Poi qualcuno ha iniziato a pungolarmi affinché gli dessi una chance, in fondo, mi dicevano, la cosa peggiore che può accadere è che non ti piace, ma ti assicuro che merita. Così settimana scorsa, che ero al mare, mi sono arresa e l'ho iniziato.

In mezza giornata l'avevo finito. Divorato – vorrei dire letteralmente per enfatizzare la cosa, ma giuro che non mi sono mangiata il kindle.

Ho apprezzato tantissimo questo libro, nonostante tutti i pregiudizi che avevo. È un po' un diesel, parte in modo completamente anonimo e pagina dopo pagina ti conquista, si evolve e cresce.

È un esempio lampante che non è quello che dici, ma è come lo dici che fa la differenza, che distingue un prodotto di qualità da un prodotto scadente. Sono lo stile, i personaggi con la rispettiva analisi, il contesto di contorno che fanno la differenza. Come dice Will: Il punto non è il punto, il punto è la poesia.

Sì, la poesia, che è uno dei fulcri del romanzo, il cui titolo originale Slammed già ci anticipa parte del contenuto. Lo slam è una forma di poesia di strada, o meglio, che nasce sulla strada e si sposta poi nei locali, nei bar, dove avventori dalla fantasia galoppante e dalla passione per la scrittura si sfidano a colpi di verso. Viene spesso definita poesia orale, una forma di espressione per la quale non è la forma della composizione ad avere peso – non aspettatevi un sonetto alla Shakespeare o elaborate figure retoriche, qui non esistono endecasillabi o settenari, né rime baciate o alternate – ma il contenuto, le emozioni che sono contenute nel testo e la sua esposizione, perché la performance e l'enfasi sono fondamentali per trasmettere un'emozione.

Queste poesie si susseguono nel romanzo come fossero un fil rouge che unisce tra loro i punti salienti della trama, vengono recitate da Will, da Lake, dalla sua amica Eddie e dal suo ragazzo, ognuna di loro ha un ruolo fondamentale e ci dice qualcosa, che sia un avvenimento o un sentimento; sono un modo originale e alternativo dell'autrice per raccontare al lettore particolari della storia senza doverli per forza descrivere. Il mio unico problema – che mi rendo conto essere personale – è che non apprezzo particolarmente questo genere di poesia. Sarò snob, ma per me la poesia è un'altra cosa, più studiata, tutta figure retoriche, versi pensati fin nei particolari e balle varie; sì, lo so, è un problema mio, è che col Po-Mo ho un rapporto orribile. In ogni caso l'ho trovato un escamotage interessante, divertente e funzionale alla lettura, che ne risulta alleggerita e inframezzata da piacevoli pause – questo non toglie che le poesie finali di Lake e Will siano qualcosa di orribile ed illeggibile per i miei gusti.



Passiamo a parlare di qualcosa che invece mi è piaciuto a 360°, i personaggi.

Quando si legge questo tipo di libri ci si aspetta di trovare delle tipologie di personaggi ben definiti: il professore, adulto, avvenente, bellissimo, magari brizzolato, circondato da un alone di saggezza e sex appeal irresistibili; la protagonista svampita, ma bellissima, il cui cuore batte solo per lui, se goffa è anche meglio; l'ex fidanzata adulta del professore che cerca di mettersi in mezzo e minaccia la ragazzina tirando fuori degli artigli degni della cougar migliore; il giovane coetaneo innamorato della compagna di classe che tenta di conquistarla; la bulla stronzetta della scuola che scopre tutto e li ricatta. Fortunatamente Slammed non è così. È una storia normale, con personaggi normali, credibili e realistici, che racconta di come da un'errore apparente (l'attrazione non molto lecita tra i protagonisti) possa poi nascere qualcosa di bello. Così abbiamo Lake, una diciottenne normalissima, che vorrebbe solo delle amiche e un po' di pace; Will il giovane che ha già sofferto abbastanza per la sua età e che si trova a dover crescere suo fratello da solo; Eddie, la migliore amica adottata che rappresenta la gioia di vivere anche se la vita si impegna per remarle contro; Julia la madre piena di sensi di colpa che per i figli farebbe qualsiasi cosa, la madre buona e piena di amore che sa accettare questa relazione e dare saggi consigli alla figlia; Kel e Caulder i due bambini che nonostante tutto continuano a vedere la vita con l'innocenza disarmante tipica di chi è ancora nel periodo migliore dell'infanzia.

Non voglio raccontare nulla del finale, ma posso dire che la sfiga dei protagonisti in ambito famigliare è una delle poche cose che mi lasciano perplessa di questa storia.

Per concludere vorrei ricollegarmi a quello che dicevo all'inizio. Slammed è un romanzo che parla di poesia, di crescita e di amore. Soprattutto di amore, ma dell'amore in ogni sua sfumatura, nelle relazioni famigliari, personali, amicali e romantiche. Perché è l'amore la cosa più importante di tutte, sono le persone che amiamo che ci rendono quello che siamo, che ci accompagnano nel percorso della vita e ci aiutano a rialzarci quando cadiamo, accompagnandoci attraverso i momenti belli e quelli brutti.

Will e Lake ci accompagnano per un breve tratto della nostra vita, per alcune brevi ore in cui noi lettori non riusciamo ad emergere dal romanzo perché vogliamo sapere come finisce, perché il loro rapporto è coinvolgente e dolcissimo, non permeato dall'erotismo scadente che caratterizza la letteratura rosa di oggi, ma anzi caratterizzato da un'aura di delicatezza che avvolge come un abbraccio. E tu sei lì che leggi e non puoi non pensare: “Quanto sono belli questi due?!”, ecco che la fangirl che è in te si sveglia ed inizi a giuggiolare felice.





Davvero bello, direi anche sorprendente
ma quelle poesiole orripilanti mi impediscono
di dargli cinque dinosaurini.




Slammed è il primo libro di una trilogia, i romanzi due e tre sono scritti dal punto di vista di Will e sono ambientati alcuni anni e diversi anni dopo gli avvenimenti di questo primo libro, i titoli sono: Point of Retreat e This Girl. Spero sinceramente che la Rizzoli li pubblichi presto perché – sarò blasfema – preferisco le sue copertine così delicate e frizzanti a quelle assolutamente patetiche dell'edizione inglese con figure femminili in copertina, le odio. Però vorrei il cartaceo perché una parte di me sente un po' questa “trilogia” alternativa come un'alternativa più leggera alla trilogia della Simons, insomma significa che ci sono già legata e che probabilmente vorrò rileggermeli e sfogliarmeli più volte.

Quindi, tutti a leggere Slammed così magari il seguito arriverà prima!





MJ.